Il fuorigioco mi sta antipatico, di Luciano Bianciardi

recensione di Carlo Santulli

Personalmente, trovo intollerabile l’overdose di commenti calcistici che passa per le nostre radio e televisioni, cui si sommano i commenti dal vivo, che si possono sentire in giro per l’Italia. A mio modesto avviso, sul calcio c’è ben poco da dire, una volta terminati i novanta minuti della partita. Da questo potete capire quanto poco m’appassioni l’idea di una raccolta di lettere ricevute da un giornale sportivo (perché, com’è noto, sport in Italia significa, almeno dagli anni ’30, in buona percentuale calcio).

Questo in linea di principio: ma se aggiungete degli altri elementi, per esempio la qualità (non soltanto letteraria, ma umana) dello scrittore, più che giornalista, che risponde alle lettere, e la sua capacità di fornire uno spaccato della vita di un anno, che casualmente coincide anche col campionato di calcio 1970-71 e l’inizio del successivo, le cose cambiano, ed anche uno scettico come me si trova ad essere affascinato e ad interessarsi, oltre che alla travolgente partenza del Napoli (“Beppone” Chiappella, che lo allenava allora, ci ha lasciato alla fine del 2009), al misterioso motivo per cui il portiere Albertosi lasciò la Fiorentina, sostituito da Superchi, alle salvezze in extremis della Sampdoria di Fulvio Bernardini (già core de Roma: a Roma il cuore passa senza problemi dall’una all’altra celebrità, apparentemente senza segni di logoramento) od alla filosofia dell’allora famoso “mago” Helenio Herrera (di cui mi ricordo bene la parodia che ne fece Franco Franchi ne “I due maghi del pallone”, dove allenava una squadra chiamata, nomen omen, la Schiapp).

Lo scrittore è Luciano Bianciardi, che, sostituendo Gianni Brera alla rubrica delle lettere, porta nel commento al campionato sul Guerrin Sportivo tutta la sua coscienza di anarchico ed insinua in qualunque modo la sua polemica e solo in apparenza cinica, ma in fondo innamorata, visione della vita. Questa tattica giustifica molto bene l’azzeccato titolo della raccolta, Il fuorigioco mi sta antipatico (Stampa Alternativa): Bianciardi espone le sue idee nel poco spazio che gli viene concesso dalla risposta ad una lettera, scattando letteralmente sul filo del fuorigioco (e si sa bene quante volte nella sua carriera non lunga di scrittore, qualche guardalinee ha alzato la bandierina). Questa raccolta è uscita un paio d’anni fa per Stampa Alternativa, ma vale la pena di riparlarne, secondo me.

E’ l’ultimo anno di vita di Bianciardi, che morirà improvvisamente il 15 novembre 1971 (l’ultimo numero del Guerrino con la sua rubrica delle lettere arriverà in edicola postuma), ed è quel periodo, successivo alla popolarità conseguita con “La vita agra”: si può parlare, in certo senso, di uno scrittore affermato. Non che Bianciardi abbia mai inseguito il successo, certamente non nel senso che gli diamo oggi: anzi sembra chiedersi, anche nelle lettere, se tanto interesse verso di lui non sia il frutto di un equivoco.

Anche della rilettura cinematografica del suo romanzo più popolare non vuol prendersi nessun merito (in linea per esempio con la visione di Alberto Moravia, che riaffermava la libertà della trasposizione cinematograficaa rispetto alla versione letteraria, lontano invece da altri scrittori dell’epoca, come Giorgio Bassani che polemizzò piuttosto aspramente con Vittorio De Sica per la riduzione del suo “Giardino dei Finzi Contini”, e siamo proprio nel 1971).

L’obiettivo reale di Bianciardi è la fedeltà a se stesso ed alle proprie idee: si guarda bene dall’assecondare a tutti i costi i gusti del pubblico; ha simpatie ed antipatie e non le nasconde, e nemmeno nasconde il fatto di esser indulgente con le persone cui vuole bene (come facciamo tutti, ma senza ammetterlo, a volte accampando scuse, anche banali, quando il nostro beniamino ci delude). Tutto il contrario di quel che dovrebbe fare (nella mentalità distorta di oggi, ma anche di allora) un “critico” dello sport.
Non gli sfugge una caratteristica importante, però: che non si può parlare di sport se non lo si inquadra nella vita, nella psicologia umana: I lettori, celebri e meno celebri, dell’epoca sembrano seguirlo in quest’approccio (per esempio, sono caratteristiche le liste di dieci domande, di cui alcune sono di argomento sportivo, mentre altre non lo sono, per cui il discorso si amplia e si approfondisce) che contestualizza lo sport e lo sdrammatizza molto (mettere la propria figlia tennista tra le dieci sportive più importanti mi sembra un efficace esempio di questa logica).
Nelle risposte di Bianciardi scorre l’Italia di quell’epoca, e si insinua anche una visione del mondo, che naturalmente è personale e decisamente originale: una caratteristica unificante però c’è, ed è quella, per dirla in termini calcistici, di non subire nessuna “sudditanza psicologica” da parte di nessuno, da vero e proprio uomo libero. Così il celebre pugile Benvenuti sarebbe meglio se si desse al cinema, il film di Sordi sul “Borgorosso Football Club” è decisamente brutto (devo ammettere che sono d’accordo…), della televisione si salva la sola Raffaella Carrà (di cui Bianciardi confessa di essere innamorato…). Sono ovviamente posizioni discutibili, poste però a scopo dialettico, con molto umorismo, anche se livido ed acido come e quando si conviene, ed un’efficace dote di sintesi: come negare che Eddy Merckx abbia una faccia comune, come di uno che ci controlla la pressione delle gomme in una stazione di servizio, e tuttavia sia imbattibile?

Questo schiude il campo a considerazioni più “di sostanza”, cioè che il pubblico, per immedesimarsi, non ha bisogno soltanto del grande risultato, ma del personaggio (in presenza del personaggio, aggiungerei, anche il risultato diventa secondario). In controtendenza, Bianciardi apprezza la presentazione modesta di uno come Ferruccio Valcareggi, che aveva prodotto risultati notevoli, rispetto a quelli della nazionale di Edmondo Fabbri quattro anni prima (la sconfitta contro la Corea, su cui ugualmente qui si ironizza). Fabbri era stato esaltato da una certa critica calcistica dell’epoca, ma in effetti, dopo il miracolo di portare il Mantova dalle serie D alla serie A con tre promozioni consecutive (1960-1963), aveva realizzato poco altro (e Bianciardi chiarisce di non capire il suo illimitato credito presso gli “esperti”).

Perché questo è il punto: in un mondo di “esperti” (in altri ambiti si parla di “luminari”, “scienziati”, ecc.), qui c’è qualcuno che rivendica il diritto di essere semplicemente un uomo con le proprie idee, la propria coerenza e naturalmente con la propria storia, fatta non solo di pagine luminose, ma anche di errori. Questo spiega, credo, il piacere dato dalla lettura di questo libro: non ci sono frasi fatte, nessuna metafora abusata, lo scrittore scopre le proprie carte e ci dice, senza supponenza, ma con profonda convinzione: “Io la vedo così”, sperando che anche noi lettori si faccia lo stesso. E’ un rapporto dialettico che in certi giornali chiusi ed autoreferenziali di oggi credo si sia perso, sicuramente c’è in modo forse embrionale, ma nel complesso sincero, su Internet. Peccato soltanto non poter sapere cosa ne pensi Luciano Bianciardi di questo mezzo di comunicazione.

Informazioni su luigi milani

Giornalista freelance, scrittore e traduttore - Italian freelance journalist, translator and writer
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