Napoli Ferrovia, di Ermanno Rea

Recensione di Carlo Santulli

Parlare di Napoli non è facile: non lo è perché gli stereotipi sono sempre in agguato, quelli positivi (sole, mare, ecc.), ma anche quelli negativi (sporcizia, delinquenza, ecc.), e sbarrano la strada di cercare di riprodurre un’immagine responsabile e il più possibile priva di pregiudizi (che anche questi possono agire in un senso o nell’altro), immagine che diventa anche un utile punto di partenza per cercare di agire sulla città. E se la letteratura non ha forse per obiettivo il miglioramento della situazione cittadina, va riconosciuto che molto può fare nella coscienza collettiva.
Ci vogliono proprio degli occhi nuovi: e se da un lato è difficile averli in tarda età, d’altro canto una certa presbiopia dei sentimenti si instaura, che permette per esempio di guardare Napoli puntando le proprie lenti sull’infinito. In questo, tale sguardo diciamo filosofico è aiutato da quello molto reale e concreto di chi conosce davvero la città, quella di oggi: persone che spesso sono arrivate dopo che noi l’avevamo lasciata, per un’altra città, o magari semplicemente per la poltrona davanti alla TV.
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Il fuorigioco mi sta antipatico, di Luciano Bianciardi

recensione di Carlo Santulli

Personalmente, trovo intollerabile l’overdose di commenti calcistici che passa per le nostre radio e televisioni, cui si sommano i commenti dal vivo, che si possono sentire in giro per l’Italia. A mio modesto avviso, sul calcio c’è ben poco da dire, una volta terminati i novanta minuti della partita. Da questo potete capire quanto poco m’appassioni l’idea di una raccolta di lettere ricevute da un giornale sportivo (perché, com’è noto, sport in Italia significa, almeno dagli anni ’30, in buona percentuale calcio).

Questo in linea di principio: ma se aggiungete degli altri elementi, per esempio la qualità (non soltanto letteraria, ma umana) dello scrittore, più che giornalista, che risponde alle lettere, e la sua capacità di fornire uno spaccato della vita di un anno, che casualmente coincide anche col campionato di calcio 1970-71 e l’inizio del successivo, le cose cambiano, ed anche uno scettico come me si trova ad essere affascinato e ad interessarsi, oltre che alla travolgente partenza del Napoli (“Beppone” Chiappella, che lo allenava allora, ci ha lasciato alla fine del 2009), al misterioso motivo per cui il portiere Albertosi lasciò la Fiorentina, sostituito da Superchi, alle salvezze in extremis della Sampdoria di Fulvio Bernardini (già core de Roma: a Roma il cuore passa senza problemi dall’una all’altra celebrità, apparentemente senza segni di logoramento) od alla filosofia dell’allora famoso “mago” Helenio Herrera (di cui mi ricordo bene la parodia che ne fece Franco Franchi ne “I due maghi del pallone”, dove allenava una squadra chiamata, nomen omen, la Schiapp).

Lo scrittore è Luciano Bianciardi, che, sostituendo Gianni Brera alla rubrica delle lettere, porta nel commento al campionato sul Guerrin Sportivo tutta la sua coscienza di anarchico ed insinua in qualunque modo la sua polemica e solo in apparenza cinica, ma in fondo innamorata, visione della vita. Questa tattica giustifica molto bene l’azzeccato titolo della raccolta, Il fuorigioco mi sta antipatico (Stampa Alternativa): Bianciardi espone le sue idee nel poco spazio che gli viene concesso dalla risposta ad una lettera, scattando letteralmente sul filo del fuorigioco (e si sa bene quante volte nella sua carriera non lunga di scrittore, qualche guardalinee ha alzato la bandierina). Questa raccolta è uscita un paio d’anni fa per Stampa Alternativa, ma vale la pena di riparlarne, secondo me.

E’ l’ultimo anno di vita di Bianciardi, che morirà improvvisamente il 15 novembre 1971 (l’ultimo numero del Guerrino con la sua rubrica delle lettere arriverà in edicola postuma), ed è quel periodo, successivo alla popolarità conseguita con “La vita agra”: si può parlare, in certo senso, di uno scrittore affermato. Non che Bianciardi abbia mai inseguito il successo, certamente non nel senso che gli diamo oggi: anzi sembra chiedersi, anche nelle lettere, se tanto interesse verso di lui non sia il frutto di un equivoco.

Anche della rilettura cinematografica del suo romanzo più popolare non vuol prendersi nessun merito (in linea per esempio con la visione di Alberto Moravia, che riaffermava la libertà della trasposizione cinematograficaa rispetto alla versione letteraria, lontano invece da altri scrittori dell’epoca, come Giorgio Bassani che polemizzò piuttosto aspramente con Vittorio De Sica per la riduzione del suo “Giardino dei Finzi Contini”, e siamo proprio nel 1971).

L’obiettivo reale di Bianciardi è la fedeltà a se stesso ed alle proprie idee: si guarda bene dall’assecondare a tutti i costi i gusti del pubblico; ha simpatie ed antipatie e non le nasconde, e nemmeno nasconde il fatto di esser indulgente con le persone cui vuole bene (come facciamo tutti, ma senza ammetterlo, a volte accampando scuse, anche banali, quando il nostro beniamino ci delude). Tutto il contrario di quel che dovrebbe fare (nella mentalità distorta di oggi, ma anche di allora) un “critico” dello sport.
Non gli sfugge una caratteristica importante, però: che non si può parlare di sport se non lo si inquadra nella vita, nella psicologia umana: I lettori, celebri e meno celebri, dell’epoca sembrano seguirlo in quest’approccio (per esempio, sono caratteristiche le liste di dieci domande, di cui alcune sono di argomento sportivo, mentre altre non lo sono, per cui il discorso si amplia e si approfondisce) che contestualizza lo sport e lo sdrammatizza molto (mettere la propria figlia tennista tra le dieci sportive più importanti mi sembra un efficace esempio di questa logica).
Nelle risposte di Bianciardi scorre l’Italia di quell’epoca, e si insinua anche una visione del mondo, che naturalmente è personale e decisamente originale: una caratteristica unificante però c’è, ed è quella, per dirla in termini calcistici, di non subire nessuna “sudditanza psicologica” da parte di nessuno, da vero e proprio uomo libero. Così il celebre pugile Benvenuti sarebbe meglio se si desse al cinema, il film di Sordi sul “Borgorosso Football Club” è decisamente brutto (devo ammettere che sono d’accordo…), della televisione si salva la sola Raffaella Carrà (di cui Bianciardi confessa di essere innamorato…). Sono ovviamente posizioni discutibili, poste però a scopo dialettico, con molto umorismo, anche se livido ed acido come e quando si conviene, ed un’efficace dote di sintesi: come negare che Eddy Merckx abbia una faccia comune, come di uno che ci controlla la pressione delle gomme in una stazione di servizio, e tuttavia sia imbattibile?

Questo schiude il campo a considerazioni più “di sostanza”, cioè che il pubblico, per immedesimarsi, non ha bisogno soltanto del grande risultato, ma del personaggio (in presenza del personaggio, aggiungerei, anche il risultato diventa secondario). In controtendenza, Bianciardi apprezza la presentazione modesta di uno come Ferruccio Valcareggi, che aveva prodotto risultati notevoli, rispetto a quelli della nazionale di Edmondo Fabbri quattro anni prima (la sconfitta contro la Corea, su cui ugualmente qui si ironizza). Fabbri era stato esaltato da una certa critica calcistica dell’epoca, ma in effetti, dopo il miracolo di portare il Mantova dalle serie D alla serie A con tre promozioni consecutive (1960-1963), aveva realizzato poco altro (e Bianciardi chiarisce di non capire il suo illimitato credito presso gli “esperti”).

Perché questo è il punto: in un mondo di “esperti” (in altri ambiti si parla di “luminari”, “scienziati”, ecc.), qui c’è qualcuno che rivendica il diritto di essere semplicemente un uomo con le proprie idee, la propria coerenza e naturalmente con la propria storia, fatta non solo di pagine luminose, ma anche di errori. Questo spiega, credo, il piacere dato dalla lettura di questo libro: non ci sono frasi fatte, nessuna metafora abusata, lo scrittore scopre le proprie carte e ci dice, senza supponenza, ma con profonda convinzione: “Io la vedo così”, sperando che anche noi lettori si faccia lo stesso. E’ un rapporto dialettico che in certi giornali chiusi ed autoreferenziali di oggi credo si sia perso, sicuramente c’è in modo forse embrionale, ma nel complesso sincero, su Internet. Peccato soltanto non poter sapere cosa ne pensi Luciano Bianciardi di questo mezzo di comunicazione.

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Vento scomposto, di Simonetta Agnello Hornby

recensione di Carlo Santulli

Proteggere i bambini dagli abusi, è un intento nobile, anzi potremmo dire che è uno degli obiettivi più alti che uno Stato che voglia definirsi tale possa proporsi.
Ci sono leggi e sistemi di prevenzione dedicati a questo scopo in tutti i paesi: per esempio, nella realtà britannica, il Child Protection Act ha portato negli ultimi decenni, a cercare con un approccio razionale ed una struttura preventiva ed organizzativa di servizio sociale apposita, di affrontare con forza il problema della violenza psicofisica sull’infanzia, che ha tuttora un costo altissimo per la collettività, proprio in termini di individualità cui un sano ed equilibrato sviluppo è impedito.

Razionale, dicevo, e molto improntato sulla mentalità britannica, volta ad un’osservazione e monitoraggio dei comportamenti anomali, specie all’interno della famiglia, ovviamente, il che porta alle volte a dei risultati paradossali, come lo è paralizzare la manifestazione di quell’affettività che i bambini richiedono per un corretto sviluppo, nel terrore che le attenzioni degli educatori e dei genitori non siano “buone”, ma non incidere sulle manifestazioni “cattive” (c’è un termine più appropriato, ma volutamente non lo uso, perché Google potrebbe includere questo testo insieme ad altri di natura tutt’altro diversa, e, diciamocelo, immorale).

Il risultato netto è che in pratica il Child Protection Act non funziona sempre come dovrebbe: perché gli esperti sono tutt’altro che infallibili (e quante ce ne sarebbero da dire, a proposito di questo, anche da noi), e più in particolare, perché ognuno porta la sua storia in ogni giudizio della propria vita. E storia significa ricchezza, sentimenti, amore, ma significa anche, disgraziatamente, pregiudizi: non ci liberiamo mai completamente dal contesto da cui usciamo. Questo dato di fatto, che noi neolatini diamo quasi per scontato, anche se non sempre conduce a pratiche socialmente accettabili (la raccomandazione, il piston francese, ecc.) è tuttora abbastanza sconvolgente per gli anglosassoni, per cui la soluzione alla mancanza di obiettività assoluta (che credo sia purtroppo, se contenuto entro certi limiti, inevitabile) è spesso la richiesta di altri pareri, altre motivazioni, altri dati, ecc.

Ma attenzione: come si fa ad ammettere che un esperto può sbagliare, e non per un profondo motivo scientifico, ma proprio perché era poco attento, stressato, eccessivamente condizionato dalla vicenda? Non è facile, e nell’ambito britannico, che conosco un pochino, si trovano spesso ingegnosi metodi per girare attorno al problema, cercando, senza offendere professionalmente l’esperto poco “efficiente”, di sortire lo stesso risultato per l’assistito. Ma siamo sicuri che sia lo stesso, essere riconosciuti innocenti e non andarci proprio sotto processo?

Scusate la lunga premessa, ma mi serviva per introdurre un romanzo veramente bello e ben scritto, e specialmente vero, con personaggi fortemente caratterizzati, magari nevrotici, sotto pressione, ma come quelli che potete incontrare ogni giorno per strada. E non cerchiamo di confinarlo nell’ambito del legal thriller: in verità, c’è ben di più. Si tratta di “Vento scomposto” (“There’s nothing wrong with Lucy” nella versione inglese) di Simonetta Agnello Hornby, che proprio di queste problematiche di sicurezza dei minori si occupa, anche a livello di insegnamento universitario, a Londra.

E’ una storia atrocemente possibile, perché non c’è un dettaglio della situazione che sia caricato o surreale, tutto fila perfettamente e, se alcune cose orribili accadono, altrettante ne accadono di tenere o almeno incoraggianti. C’è una sorella abusata dai fratelli ed un uomo con attenzioni particolari verso i bambini, una maestra d’asilo frustrata e forse non proprio a posto con la testa, ma anche una povera donna africana che cerca di nascondere, forse anche a se stessa, di essere analfabeta, un’anziana signora scozzese con la mania dei Lego e una segretaria di uno studio legale che cerca veramente di immedesimarsi nei problemi dei propri clienti, come non si dovrebbe fare, a quel che tutti dicono, ma come in realtà ben pochi per fortuna fanno in realtà. Tutte queste cose, e molte altre, non accadono perché l’autrice abbia un messaggio preconfezionato all’inizio, ma perché la complessità fa parte della vita, e quindi la morale della storia, che è tanto forte e decisa, quanto calata nella pratica del mondo, non può che giungere, forse inattesa ma preparata con grande cura, alla fine, quando tutto si scioglie, in qualche modo.

La storia è centrata intorno a Mike Pitt, un padre di due bimbe, Amy di otto anni e Lucy di quattro, che è accusato di aver abusato della minore, forse, a ciò che si evince da una prima perizia, proprio da sua figlia. Mike è un padre affettuoso, anche se non granché presente, proprio nel senso di “a casa”, per il tipo di vita di competitività rampante che svolge, che è poi quella che gli permette di avere quei soldi che già Lucy individua come scopo primo del lavoro del suo papà. Però i Pitt, famiglia piuttosto ricca che si trova in un contesto, quello di Brixton, non particolarmente agiato. Le cose si complicano, perché Mike, pur non avendo, almeno da quel che si vede, comportamenti particolarmente negativi, ha il difetto di non essere simpatico quasi a nessuno, ed il fatto che sua moglie Jane continui a proclamare la sua innocenza ha paradossalmente quasi l’effetto contrario di accrescere i sospetti dei servizi sociali e di tutto il sistema.

Naturalmente, né lo svolgimento né il finale vanno rivelati. Bisogna tuttavia dire che “Vento scomposto” apre uno spiraglio su un aspetto estremamente importante dell’atmosfera in cui viviamo, e cioè questo continuo clima di sospetto, che, mi permetto di dirlo, non si limita alla Gran Bretagna nè alle aule di tribunale, ma travalica anche le mura, per esempio, di molti dipartimenti universitari. Pur essendo un’opera di fantasia (ma non irreale, affatto) questo romanzo di Simonetta Agnello Hornby chiarisce perfettamente come, se non usciremo da questo clima, avremo difficoltà a costruire una società nuova.

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Venuto al mondo

recensione di Carlo Santulli

Ci sono quarte di copertina che sembrano fatte apposta per non far comprare un certo libro, o almeno questo è l’effetto che mi fanno. Sull’ultimo romanzo di Margaret Mazzantini, “Venuto al mondo” (Mondadori, 2008) c’è scritto “La speranza appartiene ai figli. Noi adulti abbiamo già sperato, e quasi sempre abbiamo perso”. Mi spiego: diffido un po’ di quelli che parlano a nome di una generazione, o addirittura di un’età della vita. Il fatto che qualcuno abbia perso non lo autorizza a dire che siamo tutti dei falliti (vabbé, quasi): sono trovate tipiche per esempio di certi giornalisti nell’annunciare la morte di qualcuno “oggi siamo tutti un po’ più poveri” e così via. È retorica, e vale anche abbastanza poco, tanto è ormai abusata e scolorita: peccato, perché la frase di quarta è estrapolata da un romanzo che ha qualcosa da dire e nel complesso tanto male non è, pur con una serie di distinguo e di precisazioni che mi vien l’obbligo di fare.
Margaret Mazzantini mi aveva abbastanza colpito con “Non ti muovere”: la storia del chirurgo, della figlia caduta dal motorino e della sua antica storia con una donna ai margini, Italia, si faceva seguire molto bene, aveva suspense ed era costruita con bravura. Anche qui, i pregi evidenti sono che il romanzo si segue con una notevole tensione, anche se i periodi sono a volte complessi e la struttura non è lineare affatto, ma più che altro rimescolata: come anche in “Non ti muovere”, una parte delle conclusioni sono anticipate all’inizio ed in altri luoghi, ma questo non toglie il piacere della lettura e questo è senza dubbio un merito. L’abilità nel centellinare con sapienza i colpi di scena e nel frattempo costruire dei personaggi non facilmente dimenticabili come Gemma e il suo secondo marito Diego nell’inferno della guerra di Sarajevo, poi il croato Gojko, e poi i genitori di Gemma, specie il padre Armando, e Pietro il figlio adolescente di lei, che è il “venuto al mondo” del titolo (anche se a venire al mondo siamo un po’ tutti, quando resuscitiamo da un teatro di una guerra tanto insensata quanto feroce, ma di una crudeltà sottile e distillata, guerra che diviene di massa passando ad una ad una sopra i cadaveri delle persone colpite dai cecchini), Aska la trombettista e Giuliano un ufficiale dei carabinieri molto buono (forse troppo, ai limiti del credibile): sto mescolando tutto, come dicevo, perché tutto è frammisto e poi si dissolve ancora come in un’aria esageratamente carica di pensieri, quasi si nebulizza, e si arriva in fondo direi con piacere e con un minimo di angoscia, il che, considerata la mia esperienza di certa narrativa italiana presente, è un risultato apprezzabile.
Rispetto a “Non ti muovere”, ci sono però, a mio parere, delle zone d’ombra consistenti, che partono proprio da quella famosa quarta di copertina, di cui dicevo poco fa. È una frase che io ho trovato antipatica, ma che rende l’idea di una certa spigolosità del carattere di Gemma, che si traduce in snobismi eccessivi, a volte in una certa altezzosità, in una pretesa di giudicare, ma certo anche in una capacità di soffrire in silenzio o quasi. Ecco, mi sembra che Gemma si perda in un certo didascalismo, forse di sinistra, ma chiaramente riconoscibile, per cui, rispetto alla storia del chirurgo vista in “Non ti muovere”, e forse strizzando l’occhio ad un modo cinematografico di vedere le cose, Sarajevo è emblematica, ma anche i personaggi lo sono, Diego è il “tossico” di buon cuore, ma confuso, pieno di slanci ma anche di opacità: quasi tutto il romanzo si costruisce intorno ai motivi per cui uno così, già ultras a Marassi e ragazzo dei carruggi, finisca nel caos sarajevita: ci possono essere buone ragioni, cattive ragioni e ragioni così così, ma il lettore si avvolge più che nell’anima, nella valutazione di Diego, che cambia ad ogni istante, e che è di Gemma, che, non avendo il pieno coraggio di conoscere se stessa fino in fondo, si volge all’uomo che ha amato con una passione ed uno slancio adolescenziale e lo ritrova in sé, nel proprio sentimento.
Diego è un personaggio compiuto e piuttosto riuscito, forse non nuovissimo, a volte un po’ da fiction televisiva, ma gli si fa un torto in quanto lo vediamo quasi sempre attraverso gli occhi di Gemma, che alla fine ne fanno un ritratto addirittura asfittico. Voglio dire: Margaret Mazzantini scrive bene, ma è come se si attardasse in una specie di terra di confine tra la totale soggettività della narrazione, che so alla Oriana Fallaci, dove sappiamo che i personaggi sono come li vede lei ed anzi ci aspettiamo, in certo senso, la forte verve polemica che li definisce e li inquadra, ed una sorta di semi-trasognata poeticità, che però si ferma sempre ad un passo dalla commozione, anche a volte per inadeguatezza del lessico usato a produrla, ed anche per eccesso non sempre coerentemente gestito di drammaticità (che funzionerà certo al cinema, ma la letteratura è diversa…). I contrasti col figlio alle volte ricordano certi luoghi della Lalla Romano in “Le parole tra noi leggere”, con la differenza che gli oggetti del contendere qui non riescono a trasfigurarsi, sono sempre oggetti, griffes, loghi, ecc., per esempio ad un certo punto Pietro ascolta Vasco Rossi, ma potrebbero essere i Deep Purple o Little Tony e sarebbe lo stesso, non c’è nulla che renda la sensazione dello straniamento o della partecipazione, di un qualche sentimento, insomma nulla che spieghi in fondo perché sia così importante dedicare un paio di pagine a raccontare che il ragazzo canta a squarciagola proprio “Vivere, vivere, vivere” in una Sarajevo dove sua madre insegue i suoi fantasmi (anche questo son sicuro che funzionerà al cinema): certo la canzone è emblematica anch’essa, di quell’allegorismo semplice, da fiction, che oggi va tanto. Eh, certo, vivere, prima c’era la guerra ed ora si vive (come facevo a non averci pensato).
Riprendo il discorso dell’inadeguatezza del testo al peso delle cose che vorrebbe raccontare: io lo vedo dalla parola “carne”, che ricorre ossessivamente, non so quante volte, credo oltre trenta-trentacinque, spesso associata ad “un pezzo” e quasi mai, credo non più di due-tre volte, nel senso proprio di “parte commestibile di un animale”, ma sempre associata all’uomo, alla sofferenza, allo stringersi dei corpi (qui si dorme “carne contro carne”). Non ho nulla contro questa parola, ma è un uso che genera saturazione e dà l’idea che non si possa o non si voglia trovare termine migliore (proprio ai fini espressivi).
A meno che, anche qui, non ci sia la metafora, carne al macello nei bombardamenti e quindi carne per ogni dove, però è un didascalismo che disturba un po’, francamente: un romanzo in cui tutti i morti sono blu, e di tutti i palazzi non resta nulla dopo i primi mesi lascia un po’ sconcertati, anche perché si vede en passant che qualcosa, fuor di retorica è rimasto, cioè che negli edifici retoricamente crollati praticamente e forse miracolosamente qualcuno ancora riesce a vivere (il che poi è forse quello che ci interessa e potenzialmente ci commuove, credo).
Mi spiace un po’ dire queste cose, perché saper raccontare una storia è una virtù rara, specie in Italia: il resto è solo un appesantimento, le parole possono dire molto da sole, senza bisogno di rappresentare per forza il turbamento di una generazione. Ma naturalmente questo è funzionale all’intellettuale medio italiano che non apprezza, per esempio “Il vecchio e il mare” se non ci vede il senso della lotta titanica del genere umano con le forze della natura, che Hemingway non ha scritto, o meglio ha lasciato sottinteso, uno dei motivi della potenza e del fascino del racconto, non lungo ma serratissimo, della sfortunata cattura. Pensate se “Il vecchio e il mare” fosse continuamente intervallato da considerazioni sulla “carne”, la vita e la morte e specialmente sull’emblematicità di ciò che accade tra la barca e le correnti: detto tra noi, non si reggerebbe. Il fatto che, nonostante questo diffuso filosofare da talk show televisivo, “Venuto al mondo” sia un libro perfettamente leggibile ed anche entro certi limiti consigliabile, a mio avviso, fa capire che non è un’opera banale: questo appunto dicevo all’inizio, e quindi circolarmente chiudo.

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Studenti nel paese dei balocchi. Lettera di un insegnante ad un genitore

recensione di Carlo Santulli

Il libro di Paolo Mazzocchini che ho sottomano, “Studenti nel paese dei balocchi. Lettera di un insegnante ad un genitore” Aracne editore, che in effetti è un pamphlet, durissimo e senza mezzetinte, contro la scuola del POF (Piano dell’Offerta Formativa), e dei dirigenti-manager (e non più presidi), risale ad un paio di anni fa e non comprende la scuola dell’ineffabile Maria Star, con i suoi andirivieni logici e le sue continue smentite (indice secondo me di una confusione mentale sulle finalità della scuola di proporzioni preoccupanti, che non basta un paio di occhiali griffati a mascherare). Immagino facilmente quel che Mazzocchini, che si pone di fronte alla scuola con un atteggiamento alla Gino Bartali (“L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”), potrebbe dire della deriva mariastarista: lo abbraccio in anticipo, immaginando la sua sofferenza di questi ultimi tempi, che è anche la mia e quella di altre anime sensibili e colte.

Tuttavia, la mia stima, motivata con l’impegno serio e profondo che ha cercato di portare nella scuola, pur nel poco tempo concessogli, per il ministro Fioroni, che era in carica quando uscì il libro di Mazzocchini, mi lascia leggermente incerto se in questo il pamphlet non tiri troppo ad altezza d’uomo (non sono di sinistra, o meglio non più: per essere più precisi, non sono più niente politicamente, ma credo si debba dare onore al merito, quando capita di incontrarlo. Ho letto alcuni documenti di Fioroni sulla scuola primaria e la nobiltà d’intenti mi sembra ci sia tutta, a prescindere dal risultato finale, che non dipendeva totalmente da lui).

La tematica di una presunta decadenza della scuola, in modo più romanzato e meno libellistico, è stata sviluppata per esempio da Paola Mastrocola, e, diciamocelo francamente, la scuola che vuole far soldi (sempre a scapito delle famiglie, e specialmente delle più disagiate) non piace neanche a me. Resterei più scettico se si proponesse come modello di funzionamento la scuola di una trentina di anni fa, quella dell’esame “provvisorio” con due materie orali, scelte in pratica dallo studente, tirato fuori dal cilindro dal ministro Ferrari Aggradi nel ’69, di fronte all’ondata della contestazione studentesca. Se si torna più indietro, non so… il fatto è che si torna ad una società diversa, e quindi è difficile fare confronti. Solo che al momento di oggi ci vorrebbe una scuola di oggi, mentre la scuola antica, a base di Pechenino e tavole dei logaritmi, funzionava in quella società.

Il punto debole del libro di Mazzocchini, pur con tutta la simpatia e stima possibile, dovuta sia al bello stile brioso che adotta nel libro che alla sua indubbia cultura di alto livello di cui è “portatore sano” è il fatto che proporre un ritorno tout court a Croce e Gentile non funzionerebbe. Come dicevo, il mondo è cambiato, e noi genitori siamo pure cambiati (non necessariamente in peggio, almeno per quanto riguarda quelli che Mazzocchini stessi considera “virtuosi” e cui indirizza il suo libello: siamo comprensivi, ma non lassisti, e quel che pretendiamo dai figli lo chiediamo prima di tutto a noi stessi). Scusate per una volta l’immodestia, ma so quale lavoro comporta essere genitori in una società che grida molto forte, non sempre dicendo quelle “cose giuste” che lo “splendido quarantenne” di Nanni Moretti si attribuiva in “Caro diario”.

Inoltre, e Mazzocchini dovrebbe saperlo, altra è la scuola dei programmi da quella della prassi: quel che ricordo io del mio liceo classico, a parte la noia delle lezioni di filosofia (che, l’ho capito poi dopo, non era esattamente colpa dei programmi), era la nostra scarsissima preparazione matematica (eh, si sa, al classico…) che ci ho messo anni per colmare (e ancor oggi, quasi vent’anni dopo una laurea scientifica, confesso che termini come “incentro” e “settore circolare” mi creano una certa ansia). Poi, la pretesa, che è assolutamente centrale, se non cruciale, nella filosofia crociana, di studiare la matematica come filosofia (quindi senza applicazioni pratiche e tecniche, semplicemente come insieme di assiomi e dimostrazioni) è di un’inattualità imbarazzante, a meno che non si formino fisico-matematici teorici. Ne dicam della chimica e della biologia… Io avevo abbastanza un penchant per la matematica ed una passione per la chimica, che dura ancora, come per l’italiano e la storia (che mi salvava agli occhi della prof., riluttante ad infliggermi un votaccio in filosofia, dato che avevo otto fisso in storia). Ecco, io amavo studiare, tanto è vero che non ho più smesso, eppure la scuola e nella fattispecie il liceo ginnasio mi producevano una considerevole noia e molte lezioni erano (già allora) una notevole perdita di tempo, perché sconclusionate, senza obiettivi precisi (il voto non può essere lo scopo finale dello studio, al massimo può rappresentare un incentivo) ed assolutamente prive di relazione con la realtà, col corollario che tutto quello che si studiava da soli erano ovviamente fesserie. Per fare un esempio, a sedici anni avevo letto i “Pensieri” di Blaise Pascal, e ne ero entusiasta: oggi magari meno, ma qualcosa mi rimane; la distinta prof., che aveva una certa idea politica, Pascal l’aveva saltato a tutta velocità, come una stazione di quart’ordine. Eppure, c’era in programma, eccome.

Fine dei fatterelli personali: il discorso di Mazzocchini mi ricorda però quello di certi miei amici, più giovani di me, e bruciati, come me, dalla passione ferroviaria, che sostengono che un tempo (diciamo negli anni ’70) su certe linee i treni andassero molto, ma molto più veloci, che per esempio si facesse Napoli-Reggio Calabria in meno di cinque ore, trentacinque anni fa, non molto diversamente da oggi, ma su una linea ancora non tecnologizzata ed automatizzata (banalizzata, per usare il termine tecnico). E perché lo pensano, dato che allora erano bambini o magari neonati? Ma è chiaro, perché leggono gli orari dell’epoca. Orari dell’epoca che, molto più di oggi, erano cataloghi di buone intenzioni, come ricordo bene. Andavo spesso, allora come oggi, da Roma a Napoli e viceversa, e ricordo rari arrivi in orario, i ritardi erano di solito di venti minuti o mezz’ora, a volte di più. Ci sono testimonianze anche letterarie e cinematografiche su questo (e la scelta della tratta non è casuale): in “Café express”, che è un (bel) film di Nanni Loy del 1979 con un Nino Manfredi praticamente perfetto, e si svolge proprio su un diretto (ve li ricordate i diretti? Altra specie estinta) in servizio tra Reggio Calabria e Napoli, c’è un dialogo più o meno di questo tenore tra un macchinista ed un capostazione alla stazione di Vallo di Lucania: “Eh, solo venticinque minuti di ritardo”, “Vai, così recuperi il ritardo che accumulerai dopo”. Come sarebbe a dire solo venticinque minuti di ritardo? I miei colleghi pendolari di oggi sarebbero un po’ nervosetti a questo pensiero. Però ricordo bene che all’epoca, per esempio a Roma Termini, non si segnalavano ritardi inferiori ai venti minuti, mentre oggi sono riportati anche quelli di cinque. Penso sia bene ricordare queste cose, altrimenti si cade nella laudatio temporis acti ad oltranza.

Comunque, tornando alla scuola, secondo me la questione è la seguente: non si può pretendere di farsi un’idea della scuola di un tempo leggendo i programmi, ed inoltre, i programmi stessi erano e sono gravemente carenti. Qualche cenno l’ho dato prima, ma vogliamo parlare della ristrettezza dei programmi delle materie scientifiche al classico e delle materie professionalizzanti all’istituto tecnico, e così via? Quando i programmi, come dice una mia amica insegnante con efficace sintesi, sono in realtà dei fili che non si devono recidere mai, semmai allungare, confidando nella clemenza del tempo offertoci. D’altro canto, cosa che so per esperienza diretta, ancor oggi ci si può laureare in ingegneria dei materiali, senza sospettare che i materiali biodegradabili esistano (per non parlare della sostenibilità). Questa marcia indietro a prima del ’69 (e perché no a quella scuola degli anni ’30 così efficacemente descritta da Marcella Olschki nel suo Terza liceo 1939”?) è inattuale e mi mette una sottile angoscia.

Di cosa ha bisogno secondo me la scuola oggi? Maggiori investimenti (ci sono scuole che non hanno nemmeno disponibile un proiettore per dare una presentazione, per non parlare del resto, dalla cancelleria a, ehm, la carta igienica nei gabinetti). Maggior contatto col territorio (che so che molti maestri, specie nella scuola primaria, già attuano, malgrado un certo disinteresse da parte delle istituzioni). Contatto col territorio non significa soltanto corsi di dialetto o conoscenza delle usanze locali, è anche questo, ma certo pure qualcosa di più profondo: è irreale formare i ragazzi senza tener presente il mondo in cui vivono (un po’ come laurearsi in ingegneria meccanica a Torino, facendo finta che la FIAT non esista, anzi, magari, evitando del tutto qualunque trattazione per esempio dei motori a combustione interna o della meccanica delle vibrazioni: è un paradosso, ma credo spieghi il concetto). E, più importante di tutti, come anche Mazzocchini sottolinea opportunamente, meritocrazia, che non significa solo concorsi più duri e difficili, ma anche non farsi scappare quelli tra i docenti che hanno una professionalità acquisita, come dimostrato dal curriculum, dall’impegno e dalle capacità di insegnamento (e provato spesso anche dalla preparazione dei loro allievi) e dall’amore per il loro lavoro. Tutto questo nell’ambito di una scuola di oggi, con programmi aggiornati e con una vastità di opzioni che consentano agli allievi di ottenere il meglio da loro stessi, come meritano.

Vorrei però aggiungere che i giovani hanno enormi capacità di concentrazione, che vanno indirizzate, non continuamente frustrate: tuttavia sono anche distratti, persi in mille faccende, non necessariamente collegate con l’assunzione di stupefacenti e alcool. L’adolescenza è l’epoca delle prime “cotte” un po’ più serie, è l’epoca in cui gli impegni, per esempio sportivi e musicali, assumono una rilevanza che per molte persone non avranno più. Io penso che le numerose feste e “ponti” della scuola italiana nuocciano parecchio all’impegno, ed ovviamente, come l’autore osserva, la programmazione didattica introdotta dalla “scuola del POF” (titolo peraltro di altro pamphlet di Mazzocchini) fa perdere altro tempo utilizzabile nelle lezioni. E poi perché la scuola non può arrivare a fine giugno, come accade quasi dappertutto in Europa? Quest’anno già a maggio fa caldo, quindi la temperatura è una scusa abbastanza povera, inoltre perché sempre le elezioni devono troncare gli ultimi giorni dell’anno scolastico?

Tutto vero, tutto apprezzabile quel che l’autore sostiene: però la scuola ha anche il dovere, non soltanto la necessità di cercare di offrire una conoscenza spendibile nel mondo di oggi, e qui Mazzocchini mi sembra sottovaluti un pochino la drammatica inadeguatezza dei programmi alla società in cui viviamo. E’ vero che non si può studiare tutto su Internet, occorrono libri ed altri strumenti, però non si può nemmeno negare che la multimedialità sia importante. E’ vero, un professore di latino e greco può non sapere (e spesso in effetti non sa) costruire una lezione o presentazione su Powerpoint (per parlare di qualcosa ormai di dominio comune): questo è un dato di fatto. Certo, può non servire nel caso specifico: se uno deve fare la scansione metrica di una tragedia greca in effetti non serve, come anche in altri casi. Tuttavia, non può essere un discorso generale: è vero, le biblioteche scolastiche languono, ma languivano già prima dell’invenzione di Internet, però non è che non dotando le scuole di collegamento Internet, improvvisamente le biblioteche rifiorirebbero: l’esperienza dimostra che non funziona così, taglio di fondi vuol dire meno soldi per tutto.

Gli esempi sono importanti, e qui Mazzocchini si fa un po’ trascinare, con esiti discutibili. Non so, francamente, se possiamo dire senz’ombra di dubbio che conoscere tutto sugli UFO sia meno utile nella vita che studiare Tucidide (a parte che si può arrivare anche a Tucidide passando per gli UFO, con una certa buona volontà, o per meglio dire si può iniziare a leggere una cosa e terminare a leggere qualunque altra cosa, basta che si legga, alla fine). Oh la lettura, a proposito: nella nostra scuola si legge poco, e spesso solo per compilare schede, stendere riassunti, ma il gusto della lettura non direi si formi nelle aule. Anche perché, l’ho già detto da qualche altra parte, credo, questa fissazione della “lettura ordinata” (prima questo, poi quell’altro, ecc., secondo un preciso criterio) è tesa ad uccidere qualunque piacere, invece bisognerebbe suscitare l’amore per il libro fin dalla tenera infanzia, come oggetto misterioso prima e poi come contenitore di cultura.

Nella vita le professionalità, piuttosto spesso, nascono dalle passioni (ed è bellissimo che sia così). Io ho iniziato ad interessarmi ai materiali, millanta anni fa, perché ero appassionato di ferrovie, e sono per così dire partito dall’acciaio smerigliato dei binari e dalle saldature a fungo, “oggetti d’amore” che forse più d’uno dei miei professori del liceo avrebbe guardato con sufficienza (questo non mi impediva di apprezzare Catullo, per esempio, e di essere entusiasta della storia). Ma a me, la passione ferroviaria ha cambiato la vita: come si fa a dire che gli UFO o la storia del rock progressivo non potrebbero farlo? Sono esempi esagerati, ovviamente, però fanno capire, credo, che finché non usciremo da questa dicotomia tra “ciò che al ragazzo o alla ragazza piace” (che sono per concetto fesserie) e “ciò che è scritto nei programmi” (che è tutto ciò che mi serve di sapere nella vita) continueremo ad annoiare i ragazzi e nello stesso tempo a non formarli adeguatamente. Io credo che una scuola interessante possa esistere, ci credo perché ho fiducia nei giovani e nelle loro qualità, che sta a noi non disperdere. Naturalmente, sono un ingenuo (nel senso di “candido, “non ancora svezzato”), perché tutti i ragazzi sono sfaticati, anzi, alla Marenco, scapocchioni e scavezzacollo, ma sono in buona compagnia: tanti anni fa Igino Giordani, che è uno dei personaggi del nostro Novecento che stimo di più, scriveva “Memorie di un cristiano ingenuo” e, en passant, gli rivolgo un grato pensiero, con l’idea che effettivamente abbiamo bisogno di questo tipo di ingenuità alla Giordani, che in fondo è bontà. Se non si ha fiducia nei ragazzi non si va da nessuna parte: è vero che i ragazzi vanno spronati, bisogna motivarli, ma con l’idea che si possa tirar fuori qualcosa da loro. Ed è anche vero che molti tra loro non lavorano, ma non è detto non sia una situazione reversibile. In breve, POF o non POF (o dovrei dire Maria Star o non Maria Star), se ce la metteremo tutta, ce la faremo.

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Il flusso del silenzio, l’insistenza dell’oblio

di William Gibson

Grazie per avermi accolto in questa Roma del Ventunesimo secolo, un posto che non ho avuto il piacere di visitare prima d’ora, sebbene l’abbia visitato un tempo, nelle spoglie di un uomo più giovane, in una delle sue innumerevoli versioni precedenti. Roma: un insediamento umano antico e al contempo infinitamente contemporaneo. E sappiamo come utilizziamo la storia di Roma, o di qualsiasi altro posto: ci serve a distinguerci da ogni altra specie di questo pianeta. Il tempo si muove in una direzione, la memoria in un’altra, e noi siamo impegnati a costruire artefatti per contrapporci all’inarrestabile flusso dell’oblio. In realtà, ci contrapponiamo al flusso del silenzio. Erigiamo pietre: le pietre parlano, anche dopo tutti questi secoli. Contro la pressione del silenzio, dell’oblio, contro l’assenza di memoria, schieriamo vari tipi di principi di informazione. I primi elementi di informazione, forse, erano pezzetti di argilla color ocra, il bisonte riprodotto nella risoluzione minima necessaria. La stilizzazione dei graffiti delle caverne non ha perso minimamente la sua efficacia, neanche dopo tutti questi millenni, di quale schermo del mondo odierno potremo dire la stessa cosa nel giro di un decennio? E quei bisonti saranno riconoscibili, inalterati, su qualsiasi piattaforma, qualsiasi mezzo d’informazione dovessimo possedere. Riecheggianti contro il silenzio, emersi dall’oscurità primigenia grazie a un impulso che ciascuno di noi ha provato, da bambino, disegnando. Riecheggianti in questa cosa che abbiamo sempre prodotto, questo immenso e incredibile meccanismo che conserva l’informazione nei suoi interstizi, una memoria globale, comunitaria, una nostra protesi a cui abbiamo iniziato a lavorare ancor prima di lavorare sul legno, sulla pietra, sull’acciaio o sui materiali genetici. Non ho il minimo dubbio che durante la mia vita questo meccanismo sia cresciuto in modo più strisciante, più potente, pressoché onnicomprensivo. Lo so perché quando ero un bambino il flusso dell’oblio e l’eventualità del silenzio erano ostacolati con minore precisione. Lo so perché la morte era allora una presenza meno costante. Perché non c’era nessun pulsante per il REPLAY. Perché i soldati che morivano nelle Fiandre morivano in bianco e nero e non correvano come correvano gli esseri viventi. Perché il solaio del mondo era ancora in disordine. Perché nelle valli della Virginia della mia infanzia c’erano ancora dei vecchi che ricordavano un’epoca in cui la musica registrata non esisteva. È raro che ci colpisca quanto è incredibile sentire cantare un morto quando ascoltiamo Elvis che canta Heartbreak Hotel. Ma nel contesto della più lunga vita della specie, questo è qualcosa che si è reso possibile solo qualche momento fa. Qualcosa che i nostri antenati avrebbero potuto anche considerare mostruoso… cosa che sicuramente fecero i vittoriani quando provarono per la prima volta il grammofono. A pensarci adesso, il grammofono o anche la macchina fotografica, furono fratture, fratture convulse rispetto a un modo precedente di considerare “ora” e “dopo”. Frantumare il silenzio, frantumare l’oblio, in modi nuovi. E qualunque modalità precedente a quelle, ci è preclusa. Ostruita. Tagliata fuori nel momento stesso della frattura. Oggi il nostro “ora” è diventato al tempo stesso inesorabilmente breve e virtualmente eterno, e tutto come conseguenza del pulsante del REPLAY. Mentre la capacità di ricordare diventa sempre più condivisa, la storia è considerata in maniera ancor più evidente come un concetto teorico, una costruzione soggetta a revisione. Se come specie ci siamo occupati di arginare lo scorrere del tempo con la creazione e l’aggiornamento di meccanismi mnemonici esterni, cosa succederà quando tutti questi meccanismi, per quanto mi pare di intuire insito nella loro natura, finiranno per fondersi? L’omega di tutta l’esistenza umana potrebbe essere un singolo momento di durata effettivamente senza fine, un infinito Ora. Potremmo avere ben poche scelte in materia, visto che le modalità di memoria accessoria che abbiamo creato durante il nostro percorso evolutivo si sono rese autonome, evolvendosi in una propria direzione. Non abbiamo mai progettato il nostro percorso tecnologico, e dove stiamo dirigendoci grazie alla tecnologia, io credo, coincida con la direzione che stiamo prendendo culturalmente. Gli inventori delle tecnologie che potenziano l’agricoltura, che portano alle tecnologie di stoccaggio degli alimenti, non avevano immaginato le città che quelle stesse tecnologie avrebbero finito per generare. Sono faccende che non progettiamo. Accettiamo le cose come vengono. Ma seguiamo anche il flusso dei ricordi. Non ci chiudiamo in un silenzio interiore. I cambiamenti più profondi che provengono dall’innovazione tecnologica sono spesso del tutto involontari. Non promulghiamo leggi su come pervenire a quell’Ora digitale, a quel Qui digitale. Non prendiamo quella direzione dopo una necessaria riflessione. Ci muoviamo semplicemente in quella direzione. Il cambiamento sociale è tecnologicamente determinato. Spesso non promulghiamo leggi sulle nuove tecnologie in divenire. Emergono e basta. Attraverso i mercati. E i mercati scoprono da soli come utilizzare le cose. Adesso mappiamo letteralmente ogni cosa, dal genoma umano agli ultimi esempi sopravvissuti degli abiti da lavoro americani degli anni Cinquanta non ancora indossati, e i nostri motori di ricerca indagano con crescente precisione. Ed è così che la nostra storia sta cambiando. Le tecnologie emergenti svelano un passato in via di evoluzione. Quello che oggi ci appartiene, il meglio che siamo stati in grado di mettere insieme, è spaventosamente, o misericordiosamente, frammentario. Con un incremento esponenziale della potenza dei computer, e una discesa parimenti esponenziale del loro costo, il nostro oggi cambierà. La terra incognita dismetterà i suoi misteri come mai aveva fatto prima, e in quell’Ora digitale si presenteranno a noi nuovi progenitori. Immagino che, in quell’Ora, l’arte sarà vista sempre più come atto non di creazione ma di curatela. Ed è probabile che sia la sola arte possibile, in quell’Ora. Nel reale dei media atemporali, il gesto può dimostrarsi impossibile, o, piuttosto, gli unici gesti possibili possono dimostrarsi quelli di accumulo, di ostentazione, di ricontestualizzazione. Il mio collega Bruce Sterling ha detto che il secolo che si allontana alle nostre spalle è stato un secolo di “ismi”. Erano basati, pensa lui, sul malinteso fondamentale e fatale che la filosofia ha la meglio sulla progettazione. Non è così. Lui afferma che in un mondo completamente in grado di controllare le sue basi materiali, l’ideologia non è niente più che un velo sottile. La tecnologia in senso ampio: l’abilità di trasformare le risorse, la velocità con cui nuove possibilità possono essere aperte e realizzate, le svariate e diversificate forme di comando e controllo… la tecnologia, e non l’ideologia, sarà l’eredità che ci lascia il secolo precedente. Guidati da un sempre più rapido incremento della potenza di computer e connessioni, e dal contemporaneo sviluppo dei sistemi di sorveglianza e delle tecnologie di localizzazione, stiamo avvicinandoci a uno stato teorico di assoluta trasparenza dell’informazione, in cui lo scrutinio “orwelliano” non è più un’attività gerarchica, dall’alto in basso, ma un’attività resa nuovamente democratica. Come individui perdiamo sempre più livelli di privacy, così come, alla fine dei conti, succede ad aziende e stati. Questo è probabilmente intrinseco alla natura stessa della tecnologia dell’informazione. Alcuni obiettivi delle iniziative per un’informazione governativa consapevole saranno infine realizzati semplicemente dall’evoluzione progressiva del sistema di informazione globale… ma non necessariamente o esclusivamente ad appannaggio di qualche governo. Questo frutto del sistema emergente sembra un risultato inevitabile della migrazione di qualsiasi cosa noi facciamo con l’informazione verso quello che una volta chiamavamo cyberspazio (e che adesso chiamo “qui”). Se George Orwell avesse saputo di Bletchley Park, e del lavoro pionieristico che vi svolse Alan Turing e altri decifratori di codici del tempo di guerra, e avesse avuto qualche sentore di dove potevano portare, forse avrebbe immaginato il suo Ministero della Verità dotato di schede perforate e condotti pneumatici, per meglio setacciare le ultime vestigia di libertà di una popolazione ridotta allo stremo. E potremmo anche cercare di immaginare la Stasi della Germania Est dotata di computer in modo che il loro sistema non avrebbe finito per essere sommerso dal peso invincibile delle schede cartacee. Ma in qualche modo non funziona, è inequivocabile che il sistema della Germania Est appartenga al paradigma di comunicazione precedente quello che Orwell aveva compreso con tanta esattezza. Nessuna estrapolazione dall’era del sistema d’informazione può produrre niente di simile alla nostra situazione presente, né può produrre scenari immaginari di una benché minima verosimiglianza. Se Orwell avesse dotato il Grande Fratello degli strumenti per rintracciare modelli di comportamento grazie all’intelligenza artificiale, il risultato non avrebbe ugualmente descritto la nostra situazione o quella verso cui ci stiamo dirigendo. Che i nostri fratelli ancora più grandi, per il bene della sicurezza nazionale, setaccino mari di dati, ancor più ampi e sempre più trasparenti, può darci fastidio, ma questo è qualcosa con cui aziende e persone hanno già avuto a che fare, e con cui avranno sempre più a che fare. La raccolta e la gestione dell’informazione, a qualsiasi livello, sarà autorizzata in maniera esponenziale dalla natura stessa del sistema, così il sistema sarà globale, transnazionale e, in una versione intrinseca del tutto inedita, non gerarchico. La trasparenza è assenza del silenzio e dell’oblio. Diventa difficile per chiunque, proprio per chiunque, come non lo è mai stato in passato, tenere un segreto. Nell’epoca della comparsa del blog e delle notizie che arrivano in rete sfuggendo a ogni controllo, della scoperta di tecnologie e strumenti per disvelamenti ed estrapolazioni automatizzate in evidenza di legami contenuti in un largo ammontare di serbatoi di dati classificati e non, le verità potranno essere già rivelate o essere destinate a venire alla luce prima o poi. È qualcosa che vorrei sottoporre all’attenzione di ogni uomo di stato, leader politico e dirigente d’azienda: il futuro, alla fine, vi porterà allo scoperto. Non riuscirete a mantenere i vostri segreti. Il futuro, maneggiando strumenti di trasparenza inimmaginabili, l’avrà vinta su di voi. Alla fine, quello che avrete fatto sarà sotto gli occhi di tutti. Dico comunque “verità” al plurale, e non al singolare, visto che l’altro aspetto della nuova ubiquità dell’informazione sembra tanto folle quanto trasparente. Malgrado il numero e i poteri degli strumenti utilizzati per derivare modelli dall’informazione, ogni significato muta di forma in base al contesto, con l’interpretazione che viene a sostegno dei progetti di chi vi si trova ad avere a che fare. Un mondo di trasparenza dell’informazione sarà per forza anche un mondo dalla delirante molteplicità di punti di vista, attraversato da una semina di false informazioni, dalla disinformazione, da teorie della cospirazione e da un elevato tasso di pazzia. Potremmo anche essere capaci di vedere più chiaramente cosa sta accadendo, ma questo non significa che ci troveremo anche prontamente d’accordo. Orwell fece il lavoro che si era proposto di fare, lo fece con efficacia, in modo eccellente, si dedicò alla creazione meticolosa della nostra più nota visione distopica. Ho sentito affermare che visto che lui si era spinto fin lì con tutto quel rigore e quel coraggio, non c’era più bisogno che lo facessimo noi. Mi piace pensare che l’affermazione contenga un po’ di verità. Ma il territorio della storia dispone di un modo tutto suo di modificare la più elementare delle congetture anche a partire da scenari costruiti con grande precisione. Le distopie hanno a che fare con la realtà tanto quanto ne hanno le utopie. Nessuno di noi ci ha mai vissuto… eccetto, nel caso delle distopie, a causa delle inevitabili e naturali vicende della vita, in qualche posto estremamente sfortunato. Il che non significa che in qualche modo Orwell si sia sbagliato, ma piuttosto che ha avuto ragione. 1984 rimane uno dei tragitti più rapidi e condensati al cuore dei diversi aspetti reali del… 1948, l’anno in cui fu scritto. Se volete conoscere un’epoca, studiate i suoi incubi più lucidi. Nello specchio delle nostre paure più oscure, vedremo svelarsi molte cose. Ma non scambiate quegli specchi per mappe del futuro, o anche solo del presente. Il mio momento digitale unico e infinito, nel quale niente è dimenticato, nel quale nessuna informazione viene messa sotto silenzio, potrebbe non essere il nostro futuro. Richiede salute ed energia e un pianeta ancora in grado di sostenerci. E i sogni degli scrittori di fantascienza percorrono sempre il grande disegno del tempo lungo strane traiettorie. Ma i miei sogni più grandi sono sempre stati quelli della trasparenza, della conservazione della memoria e della fine del silenzio.

Grazie.

(Testo letto dall’autore al Festival Letterature 2008 di Roma)

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Terra inesplorata di Lin Enger

recensione di Luigi Milani

Fulminante romanzo d’esordio di Lin Enger, insegnante di scrittura creativa alla Minnesota University. Si tratta di un noir, come dire, “di formazione”, dal momento che descrive il sofferto passaggio dall’adolescenza alla maturità di un giovane che si vede “quasi testimone” (non posso svelare troppo della trama, no?) dell’assassinio del padre durante una battuta di caccia.

Quella di Terra inesplorata (Giano Editore) è una vicenda che per certi versi si richiama, anche apertamente, all’Amleto di Shakespeare.

Punto di forza, la cura delle psicologie dei personaggi, che agiscono e re-agiscono in maniera mai banale. Last but not least, la bellezza delle descrizioni paesaggistiche, mai banali o di maniera.

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