Napoli Ferrovia, di Ermanno Rea

Recensione di Carlo Santulli

Parlare di Napoli non è facile: non lo è perché gli stereotipi sono sempre in agguato, quelli positivi (sole, mare, ecc.), ma anche quelli negativi (sporcizia, delinquenza, ecc.), e sbarrano la strada di cercare di riprodurre un’immagine responsabile e il più possibile priva di pregiudizi (che anche questi possono agire in un senso o nell’altro), immagine che diventa anche un utile punto di partenza per cercare di agire sulla città. E se la letteratura non ha forse per obiettivo il miglioramento della situazione cittadina, va riconosciuto che molto può fare nella coscienza collettiva.
Ci vogliono proprio degli occhi nuovi: e se da un lato è difficile averli in tarda età, d’altro canto una certa presbiopia dei sentimenti si instaura, che permette per esempio di guardare Napoli puntando le proprie lenti sull’infinito. In questo, tale sguardo diciamo filosofico è aiutato da quello molto reale e concreto di chi conosce davvero la città, quella di oggi: persone che spesso sono arrivate dopo che noi l’avevamo lasciata, per un’altra città, o magari semplicemente per la poltrona davanti alla TV.
Mi impressiona spesso, e credo che fosse il sentimento anche di Ermanno Rea, quando qualche anno fa scriveva questo “Napoli Ferrovia”, che fa degnissima compagnia ad altri suoi libri sulla città, come “La dismissione” (su Bagnoli dopo la fine delle Acciaierie) ed a “Mistero Napoletano” (sulla scomparsa a Napoli di una giornalista de “L’unità”), quanto coloro che per noi sono ancora stranieri conoscano le nostre città. Mi capita di frequente, in giro per l’Italia coi mezzi pubblici, di trovare informazioni giuste da persone che spesso non parlano neanche perfettamente la nostra lingua, però prendono da anni quell’autobus, sanno dove ferma, dove va, gli orari e a volte i trucchi per non perdersi (e sapete bene quanto sia criptico ciò che riguarda gli autobus in molte città d’Italia). Non sto facendo un’agiografia dell’immigrato, so bene che tra loro come tra di noi c’è il bene ed il male, soltanto voglio mettere in evidenza che da questo punto di vista gli stranieri spesso siamo noi, anche se magari ricordiamo che quando eravamo ragazzi il tale autobus aveva un altro numero (condizione quasi poetica) , anche se ancora oggi va nello stesso posto o giù di lì (ma comunque i luoghi si sono modificati, alle volte rendendoli irriconoscibili). Un’informazione storica, insomma, anche se adorabilmente inutile nella pratica, non per la nostra anima tuttavia, che rivede antiche sensazioni ed amicizie (è l’occasione per Rea di ricordare Luigi Incoronato, il suo amico autore di “Scala a San Potito”).
Il punto è che lo sguardo del “nuovo Italiano” e quello dell’”Italiano di ritorno” sono complementari, e l’autore lo coglie perfettamente: la sua visione della zona di Piazza Ferrovia nell’immediato dopoguerra e quella di uno dei suoi abitanti attuali, un Caracas di incerta origine, ma decisamente immigrato, sui cinquantacinque anni, si completano, è lo stesso pianeta, anche se è cambiato. Caracas è irretito da una donna e da una città, mentre l’autore si deve liberare da quell’incantesimo (o decisione consapevole?) che l’aveva portato a pensare di non rivedere più Napoli; in certo senso, i due hanno una fratellanza che è nata dai fatti, non dal sangue (ma chi ci crede, al sangue, ormai…).
E nel momento del “pensiero unico” è bello poter pensare che ci siano diverse visioni di uno stesso mondo, che lo arricchiscano, e lungi dal contrastarsi, si completino a vicenda. Sarà perché piazza Ferrovia è un pianeta, sarà perché Napoli, specie nella sua parte più prossima al mare, nei secoli ha esaltato la propria natura multifunzionale, senz’altro confusa e caotica, ma anche vivace. Napoli non è autocelebrativa, l’idea di un Foro come piazza Plebiscito deve tuttora arrendersi (nonostante recenti tentativi di rivitalizzazione, e nonostante la sua sostanziale bellezza) all’idea del fluire della vita che deriva dal mare, quell’immenso crogiolo che fa parte dell’immagine della città.
Proprio per non ricadere nello stereotipo, nel dopoguerra si è pensato di nascondere il mare per esempio da piazza Mercato (come se si potesse concepire un mercato a Napoli senza la costante presenza del mare, visibile o invisibile che sia nei fatti), elevando la palazzata Ottieri, che, nonostante vari tentativi di “rimozione”, è poi rimasta sempre al suo posto.
E’ la “Napoli in altezza” del dopoguerra di Lauro, dal palazzo degli uffici di via De Gasperi al Jolly Ambassador di via Medina, e più recentemente del Centro Direzionale, altezza vissuta come orgoglio, come modernità. Un simbolo, anche se Rea non ne parla, di questa malintesa modernità, è per me quel pilone della funicolare di Fuorigrotta che ancora si vede proprio accanto alla stazione di Cavalleggeri-Aosta, funicolare rimossa per la vicinanza ai palazzi di più recente costruzione. Il pilone vuoto e inutile illustra bene il fatto che la speculazione fondiaria ambisse in pratica (se lo proponesse o meno) a stravolgere l’idea di una città che fa del dialogo (difficile a volte, spesso conflittuale) tra il mare e l’entroterra la ragione ultima della propria esistenza di oltre duemila anni. Entroterra, che spesso, come nel caso di piazza Ferrovia, può essere magari a poche centinaia di metri dal suo “lato mare”, come abilmente lo chiama Rea. Ma nessuno, specialmente nessuno che c’è stato, e tantomeno uno di questi “napoletani nuovi”, come Caracas, potrà dire che si tratta dello stesso posto (forse nemmeno della stessa città…).

Informazioni su luigi milani

Giornalista freelance, scrittore e traduttore - Italian freelance journalist, translator and writer
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