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	<title>Scriptorium</title>
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	<description>La biblioteca delle false percezioni</description>
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		<title>Scriptorium</title>
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		<title>Venuto al mondo</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2009 18:47:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Carlo Santulli]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
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		<description><![CDATA[recensione di Carlo Santulli
Ci sono quarte di copertina che sembrano fatte apposta per non far comprare un certo libro, o almeno questo è l&#8217;effetto che mi fanno. Sull&#8217;ultimo romanzo di Margaret Mazzantini, &#8220;Venuto al mondo&#8221; (Mondadori, 2008) c&#8217;è scritto &#8220;La speranza appartiene ai figli. Noi adulti abbiamo già sperato, e quasi sempre abbiamo perso&#8221;. Mi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=virtualbookshelf.wordpress.com&blog=3685836&post=212&subd=virtualbookshelf&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;">recensione di <a href="http://www.carlosantulli.net/">Carlo Santulli</a></p>
<p style="text-align:justify;">Ci sono quarte di copertina che sembrano fatte apposta per non far comprare un certo libro, o almeno questo è l&#8217;effetto che mi fanno. Sull&#8217;ultimo romanzo di Margaret Mazzantini, <a href="http://www.margaretmazzantini.com/tool/home.php?s=0,1,6">&#8220;Venuto al mondo&#8221;</a> (Mondadori, 2008) c&#8217;è scritto &#8220;La speranza appartiene ai figli. Noi adulti abbiamo già sperato, e quasi sempre abbiamo perso&#8221;. Mi spiego: diffido un po&#8217; di quelli che parlano a nome di una generazione, o addirittura di un&#8217;età della vita. Il fatto che qualcuno abbia perso non lo autorizza a dire che siamo tutti dei falliti (vabbé, quasi): sono trovate tipiche per esempio di certi giornalisti nell&#8217;annunciare la morte di qualcuno &#8220;oggi siamo tutti un po&#8217; più poveri&#8221; e così via. È retorica, e vale anche abbastanza poco, tanto è ormai abusata e scolorita: peccato, perché la frase di quarta è estrapolata da un romanzo che ha qualcosa da dire e nel complesso tanto male non è, pur con una serie di distinguo e di precisazioni che mi vien l&#8217;obbligo di fare.<br />
Margaret Mazzantini mi aveva abbastanza colpito con <a href="http://www.margaretmazzantini.com/tool/home.php?l=it&amp;s=0,1,6,16">&#8220;Non ti muovere&#8221;</a>: la storia del chirurgo, della figlia caduta dal motorino e della sua antica storia con una donna ai margini, Italia, si faceva seguire molto bene, aveva suspense ed era costruita con bravura. Anche qui, i pregi evidenti sono che il romanzo si segue con una notevole tensione, anche se i periodi sono a volte complessi e la struttura non è lineare affatto, ma più che altro rimescolata: come anche in &#8220;Non ti muovere&#8221;, una parte delle conclusioni sono anticipate all&#8217;inizio ed in altri luoghi, ma questo non toglie il piacere della lettura e questo è senza dubbio un merito. L&#8217;abilità nel centellinare con sapienza i colpi di scena e nel frattempo costruire dei personaggi non facilmente dimenticabili come Gemma e il suo secondo marito Diego nell&#8217;inferno della guerra di Sarajevo, poi il croato Gojko, e poi i genitori di Gemma, specie il padre Armando, e Pietro il figlio adolescente di lei, che è il &#8220;venuto al mondo&#8221; del titolo (anche se a venire al mondo siamo un po&#8217; tutti, quando resuscitiamo da un teatro di una guerra tanto insensata quanto feroce, ma di una crudeltà sottile e distillata, guerra che diviene di massa passando ad una ad una sopra i cadaveri delle persone colpite dai cecchini), Aska la trombettista e Giuliano un ufficiale dei carabinieri molto buono (forse troppo, ai limiti del credibile): sto mescolando tutto, come dicevo, perché tutto è frammisto e poi si dissolve ancora come in un&#8217;aria esageratamente carica di pensieri, quasi si nebulizza, e si arriva in fondo direi con piacere e con un minimo di angoscia, il che, considerata la mia esperienza di certa narrativa italiana presente, è un risultato apprezzabile.<br />
Rispetto a &#8220;Non ti muovere&#8221;, ci sono però, a mio parere, delle zone d&#8217;ombra consistenti, che partono proprio da quella famosa quarta di copertina, di cui dicevo poco fa. È una frase che io ho trovato antipatica, ma che rende l&#8217;idea di una certa spigolosità del carattere di Gemma, che si traduce in snobismi eccessivi, a volte in una certa altezzosità, in una pretesa di giudicare, ma certo anche in una capacità di soffrire in silenzio o quasi. Ecco, mi sembra che Gemma si perda in un certo didascalismo, forse di sinistra, ma chiaramente riconoscibile, per cui, rispetto alla storia del chirurgo vista in &#8220;Non ti muovere&#8221;, e forse strizzando l&#8217;occhio ad un modo cinematografico di vedere le cose, Sarajevo è emblematica, ma anche i personaggi lo sono, Diego è il &#8220;tossico&#8221; di buon cuore, ma confuso, pieno di slanci ma anche di opacità: quasi tutto il romanzo si costruisce intorno ai motivi per cui uno così, già ultras a Marassi e ragazzo dei carruggi, finisca nel caos sarajevita: ci possono essere buone ragioni, cattive ragioni e ragioni così così, ma il lettore si avvolge più che nell&#8217;anima, nella valutazione di Diego, che cambia ad ogni istante, e che è di Gemma, che, non avendo il pieno coraggio di conoscere se stessa fino in fondo, si volge all&#8217;uomo che ha amato con una passione ed uno slancio adolescenziale e lo ritrova in sé, nel proprio sentimento.<br />
Diego è un personaggio compiuto e piuttosto riuscito, forse non nuovissimo, a volte un po&#8217; da fiction televisiva, ma gli si fa un torto in quanto lo vediamo quasi sempre attraverso gli occhi di Gemma, che alla fine ne fanno un ritratto addirittura asfittico. Voglio dire: Margaret Mazzantini scrive bene, ma è come se si attardasse in una specie di terra di confine tra la totale soggettività della narrazione, che so alla Oriana Fallaci, dove sappiamo che i personaggi sono come li vede lei ed anzi ci aspettiamo, in certo senso, la forte verve polemica che li definisce e li inquadra, ed una sorta di semi-trasognata poeticità, che però si ferma sempre ad un passo dalla commozione, anche a volte per inadeguatezza del lessico usato a produrla, ed anche per eccesso non sempre coerentemente gestito di drammaticità (che funzionerà certo al cinema, ma la letteratura è diversa&#8230;). I contrasti col figlio alle volte ricordano certi luoghi della Lalla Romano in &#8220;Le parole tra noi leggere&#8221;, con la differenza che gli oggetti del contendere qui non riescono a trasfigurarsi, sono sempre oggetti, griffes, loghi, ecc., per esempio ad un certo punto Pietro ascolta Vasco Rossi, ma potrebbero essere i Deep Purple o Little Tony e sarebbe lo stesso, non c&#8217;è nulla che renda la sensazione dello straniamento o della partecipazione, di un qualche sentimento, insomma nulla che spieghi in fondo perché sia così importante dedicare un paio di pagine a raccontare che il ragazzo canta a squarciagola proprio &#8220;Vivere, vivere, vivere&#8221; in una Sarajevo dove sua madre insegue i suoi fantasmi (anche questo son sicuro che funzionerà al cinema): certo la canzone è emblematica anch&#8217;essa, di quell&#8217;allegorismo semplice, da fiction, che oggi va tanto. Eh, certo, vivere, prima c&#8217;era la guerra ed ora si vive (come facevo a non averci pensato).<br />
Riprendo il discorso dell&#8217;inadeguatezza del testo al peso delle cose che vorrebbe raccontare: io lo vedo dalla parola &#8220;carne&#8221;, che ricorre ossessivamente, non so quante volte, credo oltre trenta-trentacinque, spesso associata ad &#8220;un pezzo&#8221; e quasi mai, credo non più di due-tre volte, nel senso proprio di &#8220;parte commestibile di un animale&#8221;, ma sempre associata all&#8217;uomo, alla sofferenza, allo stringersi dei corpi (qui si dorme &#8220;carne contro carne&#8221;). Non ho nulla contro questa parola, ma è un uso che genera saturazione e dà l&#8217;idea che non si possa o non si voglia trovare termine migliore (proprio ai fini espressivi).<br />
A meno che, anche qui, non ci sia la metafora, carne al macello nei bombardamenti e quindi carne per ogni dove, però è un didascalismo che disturba un po&#8217;, francamente: un romanzo in cui tutti i morti sono blu, e di tutti i palazzi non resta nulla dopo i primi mesi lascia un po&#8217; sconcertati, anche perché si vede en passant che qualcosa, fuor di retorica è rimasto, cioè che negli edifici retoricamente crollati praticamente e forse miracolosamente qualcuno ancora riesce a vivere (il che poi è forse quello che ci interessa e potenzialmente ci commuove, credo).<br />
Mi spiace un po&#8217; dire queste cose, perché saper raccontare una storia è una virtù rara, specie in Italia: il resto è solo un appesantimento, le parole possono dire molto da sole, senza bisogno di rappresentare per forza il turbamento di una generazione. Ma naturalmente questo è funzionale all&#8217;intellettuale medio italiano che non apprezza, per esempio &#8220;Il vecchio e il mare&#8221; se non ci vede il senso della lotta titanica del genere umano con le forze della natura, che Hemingway non ha scritto, o meglio ha lasciato sottinteso, uno dei motivi della potenza e del fascino del racconto, non lungo ma serratissimo, della sfortunata cattura. Pensate se &#8220;Il vecchio e il mare&#8221; fosse continuamente intervallato da considerazioni sulla &#8220;carne&#8221;, la vita e la morte e specialmente sull&#8217;emblematicità di ciò che accade tra la barca e le correnti: detto tra noi, non si reggerebbe. Il fatto che, nonostante questo diffuso filosofare da talk show televisivo, &#8220;Venuto al mondo&#8221; sia un libro perfettamente leggibile ed anche entro certi limiti consigliabile, a mio avviso, fa capire che non è un&#8217;opera banale: questo appunto dicevo all&#8217;inizio, e quindi circolarmente chiudo.</p>
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		<title>Studenti nel paese dei balocchi. Lettera di un insegnante ad un genitore</title>
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		<pubDate>Sat, 30 May 2009 20:41:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi</dc:creator>
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recensione di Carlo Santulli
Il libro di Paolo Mazzocchini che ho sottomano, “Studenti nel paese dei balocchi. Lettera di un insegnante ad un genitore” Aracne editore, che in effetti è un pamphlet, durissimo e senza mezzetinte, contro la scuola del POF (Piano dell&#8217;Offerta Formativa), e dei dirigenti-manager (e non più presidi), risale ad un paio di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=virtualbookshelf.wordpress.com&blog=3685836&post=208&subd=virtualbookshelf&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:center;">recensione di <a href="http://www.carlosantulli.net/">Carlo Santulli</a></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Il libro di Paolo Mazzocchini che ho sottomano, “Studenti nel paese dei balocchi. Lettera di un insegnante ad un genitore” Aracne editore, che in effetti è un pamphlet, durissimo e senza mezzetinte, contro la scuola del POF (Piano dell&#8217;Offerta Formativa), e dei dirigenti-manager (e non più presidi), risale ad un paio di anni fa e non comprende la scuola dell&#8217;ineffabile Maria Star, con i suoi andirivieni logici e le sue continue smentite (indice secondo me di una confusione mentale sulle finalità della scuola di proporzioni preoccupanti, che non basta un paio di occhiali griffati a mascherare). Immagino facilmente quel che Mazzocchini, che si pone di fronte alla scuola con un atteggiamento alla Gino Bartali (“L&#8217;è tutto sbagliato, l&#8217;è tutto da rifare”), potrebbe dire della deriva mariastarista: lo abbraccio in anticipo, immaginando la sua sofferenza di questi ultimi tempi, che è anche la mia e quella di altre anime sensibili e colte.</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Tuttavia, la mia stima, motivata con l&#8217;impegno serio e profondo che ha cercato di portare nella scuola, pur nel poco tempo concessogli, per il ministro Fioroni, che era in carica quando uscì il libro di Mazzocchini, mi lascia leggermente incerto se in questo il pamphlet non tiri troppo ad altezza d&#8217;uomo (non sono di sinistra, o meglio non più: per essere più precisi, non sono più niente politicamente, ma credo si debba dare onore al merito, quando capita di incontrarlo. Ho letto alcuni documenti di Fioroni sulla scuola primaria e la nobiltà d&#8217;intenti mi sembra ci sia tutta, a prescindere dal risultato finale, che non dipendeva totalmente da lui).</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">La tematica di una presunta decadenza della scuola, in modo più romanzato e meno libellistico, è stata sviluppata per esempio da Paola Mastrocola, e, diciamocelo francamente, la scuola che vuole far soldi (sempre a scapito delle famiglie, e specialmente delle più disagiate) non piace neanche a me. Resterei più scettico se si proponesse come modello di funzionamento la scuola di una trentina di anni fa, quella dell&#8217;esame “provvisorio” con due materie orali, scelte in pratica dallo studente, tirato fuori dal cilindro dal ministro Ferrari Aggradi nel &#8216;69, di fronte all&#8217;ondata della contestazione studentesca. Se si torna più indietro, non so&#8230; il fatto è che si torna ad una società diversa, e quindi è difficile fare confronti. Solo che al momento di oggi ci vorrebbe una scuola di oggi, mentre la scuola antica, a base di Pechenino e tavole dei logaritmi, funzionava in quella società.</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Il punto debole del libro di Mazzocchini, pur con tutta la simpatia e stima possibile, dovuta sia al bello stile brioso che adotta nel libro che alla sua indubbia cultura di alto livello di cui è “portatore sano” è il fatto che proporre un ritorno <em>tout court </em><span style="font-style:normal;">a Croce e Gentile non funzionerebbe. Come dicevo, il mondo è cambiato, e noi genitori siamo pure cambiati (non necessariamente in peggio, almeno per quanto riguarda quelli che Mazzocchini stessi considera “virtuosi” e cui indirizza il suo libello: siamo comprensivi, ma non lassisti, e quel che pretendiamo dai figli lo chiediamo prima di tutto a noi stessi). Scusate per una volta l&#8217;immodestia, ma so quale lavoro comporta essere genitori in una società che grida molto forte, non sempre dicendo quelle “cose giuste” che lo “splendido quarantenne” di Nanni Moretti si attribuiva in “Caro diario”.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span style="font-style:normal;">Inoltre, e Mazzocchini dovrebbe saperlo, altra è la scuola dei programmi da quella della prassi: quel che ricordo io del mio liceo classico, a parte la noia delle lezioni di filosofia (che, l&#8217;ho capito poi dopo, non era esattamente colpa dei programmi), era la nostra scarsissima preparazione matematica (eh, si sa, al classico&#8230;) che ci ho messo anni per colmare (e ancor oggi, quasi vent&#8217;anni dopo una  laurea scientifica, confesso che termini come “incentro” e “settore circolare” mi creano una certa ansia). Poi, la pretesa, che è assolutamente centrale, se non cruciale, nella filosofia crociana, di studiare la matematica come filosofia (quindi senza applicazioni pratiche e tecniche, semplicemente come insieme di assiomi e dimostrazioni) è di un&#8217;inattualità imbarazzante, a meno che non si formino fisico-matematici teorici. </span><em>Ne dicam</em><span style="font-style:normal;"> della chimica e della biologia&#8230; Io avevo abbastanza un </span><em>penchant</em><span style="font-style:normal;"> per la matematica ed una passione per la chimica, che dura ancora, come per l&#8217;italiano e la storia (che mi salvava agli occhi della prof., riluttante ad infliggermi un votaccio in filosofia, dato che avevo otto fisso in storia). Ecco, io amavo studiare, tanto è vero che non ho più smesso, eppure la scuola e nella fattispecie il liceo ginnasio mi producevano una considerevole noia e molte lezioni erano (già allora) una notevole perdita di tempo, perché sconclusionate, senza obiettivi precisi (il voto non può essere lo scopo finale dello studio, al massimo può rappresentare un incentivo) ed assolutamente prive di relazione con la realtà, col corollario che tutto quello che si studiava da soli erano ovviamente fesserie. Per fare un esempio, a sedici anni avevo letto i “Pensieri” di Blaise Pascal, e ne ero entusiasta: oggi magari meno, ma qualcosa mi rimane; la distinta prof., che aveva una certa idea politica, Pascal l&#8217;aveva saltato a tutta velocità, come una stazione di quart&#8217;ordine. Eppure, c&#8217;era in programma, eccome. </span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span style="font-style:normal;">Fine dei fatterelli personali: il discorso di Mazzocchini mi ricorda però quello di certi miei amici, più giovani di me, e bruciati, come me, dalla passione ferroviaria, che sostengono che un tempo (diciamo negli anni &#8216;70) su certe linee i treni andassero molto, ma molto più veloci, che per esempio si facesse Napoli-Reggio Calabria in meno di cinque ore, trentacinque anni fa, non molto diversamente da oggi, ma su una linea ancora non tecnologizzata ed automatizzata (banalizzata, per usare il termine tecnico). E perché lo pensano, dato che allora erano bambini o magari neonati? Ma è chiaro, perché leggono gli orari dell&#8217;epoca. Orari dell&#8217;epoca che, molto più di oggi, erano cataloghi di buone intenzioni, come ricordo bene. Andavo spesso, allora come oggi, da Roma a Napoli e viceversa, e ricordo rari arrivi in orario, i ritardi erano di solito di venti minuti o mezz&#8217;ora, a volte di più. Ci sono testimonianze anche letterarie e cinematografiche su questo (e la scelta della tratta non è casuale): in “Café express”, che è un (bel) film di Nanni Loy del 1979 con un Nino Manfredi praticamente perfetto, e si svolge proprio su un diretto (ve li ricordate i diretti? Altra specie estinta) in servizio tra Reggio Calabria e Napoli, c&#8217;è un dialogo più o meno di questo tenore tra un macchinista ed un capostazione alla stazione di Vallo di Lucania: “Eh, solo venticinque minuti di ritardo”, “Vai, così recuperi il ritardo che accumulerai dopo”. Come sarebbe a dire </span><em>solo</em><span style="font-style:normal;"> venticinque minuti di ritardo? I miei colleghi pendolari di oggi sarebbero un po&#8217; nervosetti a questo pensiero. Però ricordo bene che all&#8217;epoca, per esempio a Roma Termini, non si segnalavano ritardi inferiori ai venti minuti, mentre oggi sono riportati anche quelli di cinque. Penso sia bene ricordare queste cose, altrimenti si cade nella </span><em>laudatio temporis acti </em><span style="font-style:normal;">ad oltranza.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span style="font-style:normal;">Comunque, tornando alla scuola, secondo me la questione è la seguente: non si può pretendere di farsi un&#8217;idea della scuola di un tempo leggendo i programmi, ed inoltre, i programmi stessi erano e sono gravemente carenti. Qualche cenno l&#8217;ho dato prima, ma vogliamo parlare della ristrettezza dei programmi delle materie scientifiche al classico e delle materie professionalizzanti all&#8217;istituto tecnico, e così via? Quando i programmi, come dice una mia amica insegnante con efficace sintesi, sono in realtà dei fili che non si devono recidere mai, semmai allungare, confidando nella clemenza del tempo offertoci. D&#8217;altro canto, cosa che so per esperienza diretta, ancor oggi ci si può laureare in ingegneria dei materiali, senza sospettare che i materiali biodegradabili esistano (per non parlare della sostenibilità). Questa marcia indietro a prima del &#8216;69 (e perché no a quella scuola degli anni &#8216;30 così efficacemente descritta da Marcella Olschki nel suo </span><em>“</em><span style="font-style:normal;">Terza liceo 1939”?) è inattuale e mi mette una sottile angoscia.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;" align="justify">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;" align="justify">Di cosa ha bisogno secondo me la scuola oggi? Maggiori investimenti (ci sono scuole che non hanno nemmeno disponibile un proiettore per dare una presentazione, per non parlare del resto, dalla cancelleria a, ehm, la carta igienica nei gabinetti). Maggior contatto col territorio (che so che molti maestri, specie nella scuola primaria, già attuano, malgrado un certo disinteresse da parte delle istituzioni). Contatto col territorio non significa soltanto corsi di dialetto o conoscenza delle usanze locali, è anche questo, ma certo pure qualcosa di più profondo: è irreale formare i ragazzi senza tener presente il mondo in cui vivono (un po&#8217; come laurearsi in ingegneria meccanica a Torino, facendo finta che la FIAT non esista, anzi, magari, evitando del tutto qualunque trattazione per esempio dei motori a combustione interna o della meccanica delle vibrazioni: è un paradosso, ma credo spieghi il concetto). E, più importante di tutti, come anche Mazzocchini sottolinea opportunamente, meritocrazia, che non significa solo concorsi più duri e difficili, ma anche non farsi scappare quelli tra i docenti che hanno una professionalità acquisita, come dimostrato dal curriculum, dall&#8217;impegno e dalle capacità di insegnamento (e provato spesso anche dalla preparazione dei loro allievi) e dall&#8217;amore per il loro lavoro. Tutto questo nell&#8217;ambito di una scuola di oggi, con programmi aggiornati e con una vastità di opzioni che consentano agli allievi di ottenere il meglio da loro stessi, come meritano.</p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;" align="justify">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;" align="justify">Vorrei però aggiungere che i giovani hanno enormi capacità di concentrazione, che vanno indirizzate, non continuamente frustrate: tuttavia sono anche distratti, persi in mille faccende, non necessariamente collegate con l&#8217;assunzione di stupefacenti e alcool. L&#8217;adolescenza è l&#8217;epoca delle prime “cotte” un po&#8217; più serie, è l&#8217;epoca in cui gli impegni, per esempio sportivi e musicali, assumono una rilevanza che per molte persone non avranno più. Io penso che le numerose feste e “ponti” della scuola italiana nuocciano parecchio all&#8217;impegno, ed ovviamente, come l&#8217;autore osserva, la programmazione didattica introdotta dalla “scuola del POF” (titolo peraltro di altro pamphlet di Mazzocchini) fa perdere altro tempo utilizzabile nelle lezioni. E poi perché la scuola non può arrivare a fine giugno, come accade quasi dappertutto in Europa? Quest&#8217;anno già a maggio fa caldo, quindi la temperatura è una scusa abbastanza povera, inoltre perché sempre le elezioni devono troncare gli ultimi giorni dell&#8217;anno scolastico?</p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;" align="justify">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;" align="justify">Tutto vero, tutto apprezzabile quel che l&#8217;autore sostiene: però la scuola ha anche il dovere, non soltanto la necessità di cercare di offrire una conoscenza spendibile nel mondo di oggi, e qui Mazzocchini mi sembra sottovaluti un pochino la drammatica inadeguatezza dei programmi alla società in cui viviamo. E&#8217; vero che non si può studiare tutto su Internet, occorrono libri ed altri strumenti, però non si può nemmeno negare che la multimedialità sia importante. E&#8217; vero, un professore di latino e greco può non sapere (e spesso in effetti non sa) costruire una lezione o presentazione su Powerpoint (per parlare di qualcosa ormai di dominio comune): questo è un dato di fatto. Certo, può non servire nel caso specifico: se uno deve fare la scansione metrica di una tragedia greca in effetti non serve, come anche in altri casi. Tuttavia, non può essere un discorso generale: è vero, le biblioteche scolastiche languono, ma languivano già prima dell&#8217;invenzione di Internet, però non è che non dotando le scuole di collegamento Internet, improvvisamente le biblioteche rifiorirebbero: l&#8217;esperienza dimostra che non funziona così, taglio di fondi vuol dire meno soldi per tutto.</p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;" align="justify">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;" align="justify">Gli esempi sono importanti, e qui Mazzocchini si fa un po&#8217; trascinare, con esiti discutibili. Non so, francamente, se possiamo dire senz&#8217;ombra di dubbio che conoscere tutto sugli UFO sia meno utile nella vita che studiare Tucidide (a parte che si può arrivare anche a Tucidide passando per gli UFO, con una certa buona volontà, o per meglio dire si può iniziare a leggere una cosa e terminare a leggere qualunque altra cosa, basta che si legga, alla fine). Oh la lettura, a proposito: nella nostra scuola si legge poco, e spesso solo per compilare schede, stendere riassunti, ma il gusto della lettura non direi si formi nelle aule. Anche perché, l&#8217;ho già detto da qualche altra parte, credo, questa fissazione della “lettura ordinata” (prima questo, poi quell&#8217;altro, ecc., secondo un preciso criterio)  è tesa ad uccidere qualunque piacere, invece bisognerebbe suscitare l&#8217;amore per il libro fin dalla tenera infanzia, come oggetto misterioso prima e poi come contenitore di cultura.</p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;" align="justify">
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;"><span style="font-style:normal;">Nella vita le professionalità, piuttosto spesso, nascono dalle passioni (ed è bellissimo che sia così). Io ho iniziato ad interessarmi ai materiali, millanta anni fa, perché ero appassionato di ferrovie, e sono per così dire partito dall&#8217;acciaio smerigliato dei binari e dalle saldature a fungo, “oggetti d&#8217;amore” che forse più d&#8217;uno dei miei professori del liceo avrebbe guardato con sufficienza (questo non mi impediva di apprezzare Catullo, per esempio, e di essere entusiasta della storia). Ma a me, la passione ferroviaria ha cambiato la vita: come si fa a dire che gli UFO o la storia del rock progressivo non potrebbero farlo? Sono esempi esagerati, ovviamente, però fanno capire, credo, che finché non usciremo da questa dicotomia tra “ciò che al ragazzo o alla ragazza piace” (che sono per concetto fesserie) e “ciò che è scritto nei programmi” (che è tutto ciò che mi serve di sapere nella vita) continueremo ad annoiare i ragazzi e </span><em>nello stesso tempo</em><span style="font-style:normal;"> a non formarli adeguatamente. Io credo che una scuola interessante possa esistere, ci credo perché ho fiducia nei giovani e nelle loro qualità, che sta a noi non disperdere. Naturalmente, sono un ingenuo (nel senso di “candido, “non ancora svezzato”), perché tutti i ragazzi sono sfaticati, anzi, alla Marenco, </span><em>scapocchioni</em><span style="font-style:normal;"> e </span><em>scavezzacollo</em><span style="font-style:normal;">, ma sono in buona compagnia: tanti anni fa Igino Giordani, che è uno dei personaggi del nostro Novecento che stimo di più, scriveva “Memorie di un cristiano ingenuo” e, en passant, gli rivolgo un grato pensiero, con l&#8217;idea che effettivamente abbiamo bisogno di questo tipo di ingenuità alla Giordani, che in fondo è bontà. Se non si ha fiducia nei ragazzi non si va da nessuna parte: è vero che i ragazzi vanno spronati, bisogna motivarli, ma con l&#8217;idea che si possa tirar fuori qualcosa da loro. Ed è anche vero che molti tra loro non lavorano, ma non è detto non sia una situazione reversibile. In breve, POF o non POF (o dovrei dire Maria Star o non Maria Star), se ce la metteremo tutta, ce la faremo.</span></p>
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		<title>Il flusso del silenzio, l’insistenza dell&#8217;oblio</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Apr 2009 20:47:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[William Gibson]]></category>
		<category><![CDATA[cyberpunk]]></category>
		<category><![CDATA[festival letterature 2008 Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Wiliam Gibson]]></category>

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		<description><![CDATA[di William Gibson
Grazie per avermi accolto in questa Roma del Ventunesimo secolo, un posto che non ho avuto il piacere di visitare prima d’ora, sebbene l’abbia visitato un tempo, nelle spoglie di un uomo più giovane, in una delle sue innumerevoli versioni precedenti. Roma: un insediamento umano antico e al contempo infinitamente contemporaneo.  E [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=virtualbookshelf.wordpress.com&blog=3685836&post=206&subd=virtualbookshelf&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;">di <a href="http://www.williamgibsonbooks.com/">William Gibson</a></p>
<p style="text-align:justify;">Grazie per avermi accolto in questa Roma del Ventunesimo secolo, un posto che non ho avuto il piacere di visitare prima d’ora, sebbene l’abbia visitato un tempo, nelle spoglie di un uomo più giovane, in una delle sue innumerevoli versioni precedenti. Roma: un insediamento umano antico e al contempo infinitamente contemporaneo.  E sappiamo come utilizziamo la storia di Roma, o di qualsiasi altro posto: ci serve a distinguerci da ogni altra specie di questo pianeta.  Il tempo si muove in una direzione, la memoria in un’altra, e noi siamo impegnati a costruire artefatti per contrapporci all’inarrestabile flusso dell’oblio. In realtà, ci contrapponiamo al flusso del silenzio. Erigiamo pietre: le pietre parlano, anche dopo tutti questi secoli. Contro la pressione del silenzio, dell’oblio, contro l’assenza di memoria, schieriamo vari tipi di principi di informazione.  I primi elementi di informazione, forse, erano pezzetti di argilla color ocra, il bisonte riprodotto nella risoluzione minima necessaria. La stilizzazione dei graffiti delle caverne non ha perso minimamente la sua efficacia, neanche dopo tutti questi millenni, di quale schermo del mondo odierno potremo dire la stessa cosa nel giro di un decennio?  E quei bisonti saranno riconoscibili, inalterati, su qualsiasi piattaforma, qualsiasi mezzo d’informazione dovessimo possedere. Riecheggianti contro il silenzio, emersi dall’oscurità primigenia grazie a un impulso che ciascuno di noi ha provato, da bambino, disegnando. Riecheggianti in questa cosa che abbiamo sempre prodotto, questo immenso e incredibile meccanismo che conserva l’informazione nei suoi interstizi, una memoria globale, comunitaria, una nostra protesi a cui abbiamo iniziato a lavorare ancor prima di lavorare sul legno, sulla pietra, sull’acciaio o sui materiali genetici.  Non ho il minimo dubbio che durante la mia vita questo meccanismo sia cresciuto in modo più strisciante, più potente, pressoché onnicomprensivo. Lo so perché quando ero un bambino il flusso dell’oblio e l’eventualità del silenzio erano ostacolati con minore precisione.  Lo so perché la morte era allora una presenza meno costante. Perché non c’era nessun pulsante per il REPLAY. Perché i soldati che morivano nelle Fiandre morivano in bianco e nero e non correvano come correvano gli esseri viventi. Perché il solaio del mondo era ancora in disordine. Perché nelle valli della Virginia della mia infanzia c’erano ancora dei vecchi che ricordavano un’epoca in cui la musica registrata non esisteva.  È raro che ci colpisca quanto è incredibile sentire cantare un morto quando ascoltiamo Elvis che canta Heartbreak Hotel.  Ma nel contesto della più lunga vita della specie, questo è qualcosa che si è reso possibile solo qualche momento fa. Qualcosa che i nostri antenati avrebbero potuto anche considerare mostruoso… cosa che sicuramente fecero i vittoriani quando provarono per la prima volta il grammofono.  A pensarci adesso, il grammofono o anche la macchina fotografica, furono fratture, fratture convulse rispetto a un modo precedente di considerare “ora” e “dopo”. Frantumare il silenzio, frantumare l’oblio, in modi nuovi. E qualunque modalità precedente a quelle, ci è preclusa. Ostruita. Tagliata fuori nel momento stesso della frattura.  Oggi il nostro “ora” è diventato al tempo stesso inesorabilmente breve e virtualmente eterno, e tutto come conseguenza del pulsante del REPLAY.  Mentre la capacità di ricordare diventa sempre più condivisa, la storia è considerata in maniera ancor più evidente come un concetto teorico, una costruzione soggetta a revisione. Se come specie ci siamo occupati di arginare lo scorrere del tempo con la creazione e l’aggiornamento di meccanismi mnemonici esterni, cosa succederà quando tutti questi meccanismi, per quanto mi pare di intuire insito nella loro natura, finiranno per fondersi?  L’omega di tutta l’esistenza umana potrebbe essere un singolo momento di durata effettivamente senza fine, un infinito Ora.  Potremmo avere ben poche scelte in materia, visto che le modalità di memoria accessoria che abbiamo creato durante il nostro percorso evolutivo si sono rese autonome, evolvendosi in una propria direzione. Non abbiamo mai progettato il nostro percorso tecnologico, e dove stiamo dirigendoci grazie alla tecnologia, io credo, coincida con la direzione che stiamo prendendo culturalmente. Gli inventori delle tecnologie che potenziano l’agricoltura, che portano alle tecnologie di stoccaggio degli alimenti, non avevano immaginato le città che quelle stesse tecnologie avrebbero finito per generare. Sono faccende che non progettiamo. Accettiamo le cose come vengono. Ma seguiamo anche il flusso dei ricordi. Non ci chiudiamo in un silenzio interiore.  I cambiamenti più profondi che provengono dall’innovazione tecnologica sono spesso del tutto involontari.  Non promulghiamo leggi su come pervenire a quell’Ora digitale, a quel Qui digitale. Non prendiamo quella direzione dopo una necessaria riflessione. Ci muoviamo semplicemente in quella direzione. Il cambiamento sociale è tecnologicamente determinato. Spesso non promulghiamo leggi sulle nuove tecnologie in divenire. Emergono e basta. Attraverso i mercati. E i mercati scoprono da soli come utilizzare le cose.  Adesso mappiamo letteralmente ogni cosa, dal genoma umano agli ultimi esempi sopravvissuti degli abiti da lavoro americani degli anni Cinquanta non ancora indossati, e i nostri motori di ricerca indagano con crescente precisione.  Ed è così che la nostra storia sta cambiando. Le tecnologie emergenti svelano un passato in via di evoluzione. Quello che oggi ci appartiene, il meglio che siamo stati in grado di mettere insieme, è spaventosamente, o misericordiosamente, frammentario. Con un incremento esponenziale della potenza dei computer, e una discesa parimenti esponenziale del loro costo, il nostro oggi cambierà. La terra incognita dismetterà i suoi misteri come mai aveva fatto prima, e in quell’Ora digitale si presenteranno a noi nuovi progenitori.  Immagino che, in quell’Ora, l’arte sarà vista sempre più come atto non di creazione ma di curatela. Ed è probabile che sia la sola arte possibile, in quell’Ora. Nel reale dei media atemporali, il gesto può dimostrarsi impossibile, o, piuttosto, gli unici gesti possibili possono dimostrarsi quelli di accumulo, di ostentazione, di ricontestualizzazione.  Il mio collega Bruce Sterling ha detto che il secolo che si allontana alle nostre spalle è stato un secolo di “ismi”. Erano basati, pensa lui, sul malinteso fondamentale e fatale che la filosofia ha la meglio sulla progettazione. Non è così. Lui afferma che in un mondo completamente in grado di controllare le sue basi materiali, l’ideologia non è niente più che un velo sottile. La tecnologia in senso ampio: l’abilità di trasformare le risorse, la velocità con cui nuove possibilità possono essere aperte e realizzate, le svariate e diversificate forme di comando e controllo… la tecnologia, e non l’ideologia, sarà l’eredità che ci lascia il secolo precedente.  Guidati da un sempre più rapido incremento della potenza di computer e connessioni, e dal contemporaneo sviluppo dei sistemi di sorveglianza e delle tecnologie di localizzazione, stiamo avvicinandoci a uno stato teorico di assoluta trasparenza dell’informazione, in cui lo scrutinio “orwelliano” non è più un’attività gerarchica, dall’alto in basso, ma un’attività resa nuovamente democratica. Come individui perdiamo sempre più livelli di privacy, così come, alla fine dei conti, succede ad aziende e stati. Questo è probabilmente intrinseco alla natura stessa della tecnologia dell’informazione.  Alcuni obiettivi delle iniziative per un’informazione governativa consapevole saranno infine realizzati semplicemente dall’evoluzione progressiva del sistema di informazione globale… ma non necessariamente o esclusivamente ad appannaggio di qualche governo. Questo frutto del sistema emergente sembra un risultato inevitabile della migrazione di qualsiasi cosa noi facciamo con l’informazione verso quello che una volta chiamavamo cyberspazio (e che adesso chiamo “qui”).  Se George Orwell avesse saputo di Bletchley Park, e del lavoro pionieristico che vi svolse Alan Turing e altri decifratori di codici del tempo di guerra, e avesse avuto qualche sentore di dove potevano portare, forse avrebbe immaginato il suo Ministero della Verità dotato di schede perforate e condotti pneumatici, per meglio setacciare le ultime vestigia di libertà di una popolazione ridotta allo stremo. E potremmo anche cercare di immaginare la Stasi della Germania Est dotata di computer in modo che il loro sistema non avrebbe finito per essere sommerso dal peso invincibile delle schede cartacee. Ma in qualche modo non funziona, è inequivocabile che il sistema della Germania Est appartenga al paradigma di comunicazione precedente quello che Orwell aveva compreso con tanta esattezza.  Nessuna estrapolazione dall’era del sistema d’informazione può produrre niente di simile alla nostra situazione presente, né può produrre scenari immaginari di una benché minima verosimiglianza. Se Orwell avesse dotato il Grande Fratello degli strumenti per rintracciare modelli di comportamento grazie all’intelligenza artificiale, il risultato non avrebbe ugualmente descritto la nostra situazione o quella verso cui ci stiamo dirigendo.  Che i nostri fratelli ancora più grandi, per il bene della sicurezza nazionale, setaccino mari di dati, ancor più ampi e sempre più trasparenti, può darci fastidio, ma questo è qualcosa con cui aziende e persone hanno già avuto a che fare, e con cui avranno sempre più a che fare. La raccolta e la gestione dell’informazione, a qualsiasi livello, sarà autorizzata in maniera esponenziale dalla natura stessa del sistema, così il sistema sarà globale, transnazionale e, in una versione intrinseca del tutto inedita, non gerarchico.  La trasparenza è assenza del silenzio e dell’oblio.  Diventa difficile per chiunque, proprio per chiunque, come non lo è mai stato in passato, tenere un segreto.  Nell’epoca della comparsa del blog e delle notizie che arrivano in rete sfuggendo a ogni controllo, della scoperta di tecnologie e strumenti per disvelamenti ed estrapolazioni automatizzate in evidenza di legami contenuti in un largo ammontare di serbatoi di dati classificati e non, le verità potranno essere già rivelate o essere destinate a venire alla luce prima o poi. È qualcosa che vorrei sottoporre all’attenzione di ogni uomo di stato, leader politico e dirigente d’azienda: il futuro, alla fine, vi porterà allo scoperto. Non riuscirete a mantenere i vostri segreti. Il futuro, maneggiando strumenti di trasparenza inimmaginabili, l’avrà vinta su di voi.  Alla fine, quello che avrete fatto sarà sotto gli occhi di tutti.  Dico comunque “verità” al plurale, e non al singolare, visto che l’altro aspetto della nuova ubiquità dell’informazione sembra tanto folle quanto trasparente. Malgrado il numero e i poteri degli strumenti utilizzati per derivare modelli dall’informazione, ogni significato muta di forma in base al contesto, con l’interpretazione che viene a sostegno dei progetti di chi vi si trova ad avere a che fare. Un mondo di trasparenza dell’informazione sarà per forza anche un mondo dalla delirante molteplicità di punti di vista, attraversato da una semina di false informazioni, dalla disinformazione, da teorie della cospirazione e da un elevato tasso di pazzia. Potremmo anche essere capaci di vedere più chiaramente cosa sta accadendo, ma questo non significa che ci troveremo anche prontamente d’accordo.  Orwell fece il lavoro che si era proposto di fare, lo fece con efficacia, in modo eccellente, si dedicò alla creazione meticolosa della nostra più nota visione distopica. Ho sentito affermare che visto che lui si era spinto fin lì con tutto quel rigore e quel coraggio, non c’era più bisogno che lo facessimo noi. Mi piace pensare che l’affermazione contenga un po’ di verità. Ma il territorio della storia dispone di un modo tutto suo di modificare la più elementare delle congetture anche a partire da scenari costruiti con grande precisione. Le distopie hanno a che fare con la realtà tanto quanto ne hanno le utopie. Nessuno di noi ci ha mai vissuto… eccetto, nel caso delle distopie, a causa delle inevitabili e naturali vicende della vita, in qualche posto estremamente sfortunato.  Il che non significa che in qualche modo Orwell si sia sbagliato, ma piuttosto che ha avuto ragione. 1984 rimane uno dei tragitti più rapidi e condensati al cuore dei diversi aspetti reali del… 1948, l’anno in cui fu scritto. Se volete conoscere un’epoca, studiate i suoi incubi più lucidi. Nello specchio delle nostre paure più oscure, vedremo svelarsi molte cose.  Ma non scambiate quegli specchi per mappe del futuro, o anche solo del presente.  Il mio momento digitale unico e infinito, nel quale niente è dimenticato, nel quale nessuna informazione viene messa sotto silenzio, potrebbe non essere il nostro futuro. Richiede salute ed energia e un pianeta ancora in grado di sostenerci. E i sogni degli scrittori di fantascienza percorrono sempre il grande disegno del tempo lungo strane traiettorie.  Ma i miei sogni più grandi sono sempre stati quelli della trasparenza, della conservazione della memoria e della fine del silenzio.</p>
<p style="text-align:justify;">Grazie.</p>
<p style="text-align:justify;">(<em>Testo letto dall’autore al Festival Letterature 2008 di Roma</em>)</p>
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		<title>Terra inesplorata di Lin Enger</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Apr 2009 22:41:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Luigi Milani]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Lin Enger]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[terra inesplorata]]></category>

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		<description><![CDATA[recensione di Luigi Milani
Fulminante romanzo d’esordio di Lin Enger, insegnante di scrittura creativa alla Minnesota University. Si tratta di un noir, come dire, &#8220;di formazione&#8221;, dal momento che descrive il sofferto passaggio dall’adolescenza alla maturità di un giovane che si vede &#8220;quasi testimone&#8221; (non posso svelare troppo della trama, no?) dell’assassinio del padre durante una [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=virtualbookshelf.wordpress.com&blog=3685836&post=203&subd=virtualbookshelf&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;">recensione di Luigi Milani</p>
<p style="text-align:justify;">Fulminante romanzo d’esordio di <strong>Lin Enger</strong>, insegnante di scrittura creativa alla Minnesota University. Si tratta di un noir, come dire, &#8220;di formazione&#8221;, dal momento che descrive il sofferto passaggio dall’adolescenza alla maturità di un giovane che si vede &#8220;quasi testimone&#8221; (non posso svelare troppo della trama, no?) dell’assassinio del padre durante una battuta di caccia.</p>
<p style="text-align:justify;">Quella di <a href="http://www.gianoeditore.it/collane_dett.php?id_coll=17&amp;id_lib=433">Terra inesplorata</a> (Giano Editore) è una vicenda che per certi versi si richiama, anche apertamente, all’Amleto di Shakespeare.</p>
<p style="text-align:justify;">Punto di forza, la cura delle psicologie dei personaggi, che agiscono e re-agiscono in maniera mai banale. Last but not least, la bellezza delle descrizioni paesaggistiche, mai banali o di maniera.</p>
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		<title>Sabato mattina, a casa di Francesco e Barbara</title>
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		<comments>http://virtualbookshelf.wordpress.com/2009/03/07/sabato-mattina-a-casa-di-francesco-e-barbara/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 07 Mar 2009 12:09:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Luigi Milani]]></category>
		<category><![CDATA[racconto bonsai]]></category>
		<category><![CDATA[satira politica]]></category>
		<category><![CDATA[scenetta]]></category>
		<category><![CDATA[umorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Milani
La scena: l&#8217;appartamento romano di una coppia di personaggi importanti della vita romana. Lui, politico dell&#8217;area di Centro Sinistra, un recente passato con incarichi di Governo, sta passando un brutto momento (il suo partito è praticamente azzerato, nella generale disfatta dello schieramento cui appartiene), sia sul piano politico che, forse, su quello personale: [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=virtualbookshelf.wordpress.com&blog=3685836&post=194&subd=virtualbookshelf&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;">di Luigi Milani</p>
<p style="text-align:justify;"><em>La scena: l&#8217;appartamento romano di una coppia di personaggi importanti della vita romana. Lui, politico dell&#8217;area di Centro Sinistra, un recente passato con incarichi di Governo, sta passando un brutto momento (il suo partito è praticamente azzerato, nella generale disfatta dello schieramento cui appartiene), sia sul piano politico che, forse, su quello personale: la mezza età comincia a far sentire il proprio peso.<br />
Lei, giornalista rampante della Prima Repubblica, volto noto della televisione, non si rassegna a questo momento di appannamento, e cerca rivincite a tutto campo&#8230;<br />
</em></p>
<p style="text-align:justify;">Francesco si gratta la pancia sotto la canotta color perla, sbadiglia rumorosamente, guarda attaverso il vetro e dice: &#8211; &#8216;A Bà, me sa che vado a fà lavà la machina: che dichi?<br />
- Dico che sarebbe pure ora, Franceschino mio (<em>così ti togli di torno, che ci ho un inciucietto con un cameraman di Canale 5, stupido idiota!</em>)<br />
- Ah, vabbè: &#8216;o vedi che stamo sempre &#8216;n sintonia, &#8216;Amò?<br />
- Appunto, caro. Ora però affrettati, da bravo, o troverai fila!<br />
- Stavo a pensà&#8230;<br />
- Eh (<em>sbuffando, gli occhi al cielo</em>), dimmi amore mio&#8230;<br />
- Non dovrei fà &#8216;n&#8217;affacciata alla sezione der piddì de Ponte Milvio, come stanno a fà &#8220;l&#8217;altri&#8221;?<br />
Barbara lo guarda sorpresa; quindi soppesa lo sguardo e l&#8217;aspetto di Francesco e scuote rassegnata la testa.<br />
- No, tesoro. Lascia stare, guarda. Tanto è fatica sprecata: in questo momento l&#8217;elettorato è ingrato con le nostre forze politiche.<br />
- Eh, in che senso, Bà?<br />
- Insomma, va&#8217; a lavare la macchina, cocco: quella è una priorità vera (<em>e sbrigati, se no mi salta la sveltina, accidenti a te!</em>)</p>
<p style="text-align:justify;">Francesco, ormai in maglione sportivo e jeans Armani, guarda sorridente la consorte, le si avvicina e, dopo non essere riuscito ad abbracciarla &#8211; lei si è sottratta, indicando il trucco sul viso &#8211; le scocca un bacio volante e conclude, gli occhi serrati a fessura: &#8211; Che sarvata che m&#8217;ha dato &#8216;er Padreterno quanno cià fatto conosce, amò!</p>
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	</item>
		<item>
		<title>Processo agli Scorpioni, di Jasmina Tešanovic</title>
		<link>http://virtualbookshelf.wordpress.com/2009/02/27/processo-agli-scorpioni-di-jasmina-tesanovic/</link>
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		<pubDate>Fri, 27 Feb 2009 12:36:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni tesio]]></category>
		<category><![CDATA[jasmina tesanovic]]></category>
		<category><![CDATA[processo agli scorpioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Srebrenica, ricordo di una strage
di Giovanni Tesio

Con «Processo agli scorpioni» (Stampa alternativa, pp. 128, euro 10; e-mail:ordini@stampaalternativa.it) Jasmina Tešanovic, la scrittrice traduttrice e regista serba che vive tra l&#8217;Europa e gli Stati Uniti e che fa parte dell&#8217;associazione femminista e pacifista «Donne in nero», scrive il resoconto di un processo legato alla strage di Srebrenica, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=virtualbookshelf.wordpress.com&blog=3685836&post=191&subd=virtualbookshelf&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"><strong>Srebrenica, ricordo di una strage</strong></p>
<p style="text-align:center;">di Giovanni Tesio<strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Con «Processo agli scorpioni» (Stampa alternativa, pp. 128, euro 10; e-mail:<a href="mailto:ordini@stampaalternativa.it)">ordini@stampaalternativa.it)</a> Jasmina Tešanovic, la scrittrice traduttrice e regista serba che vive tra l&#8217;Europa e gli Stati Uniti e che fa parte dell&#8217;associazione femminista e pacifista «Donne in nero», scrive il resoconto di un processo legato alla strage di Srebrenica, la città della Bosnia orientale che &#8211; come scrive Luca Rastello nella prefazione, «fu letteralmente consegnata nelle mani dei macellai nazionalisti serbi comandati da Ratko Mladi?». Ottomila prigionieri assassinati a freddo. A documentare un frammento di quella strage (uno «sterminio di civili compiuto dal terrorismo di Stato») comparve un filmato di pochi minuti che mostrava l&#8217;esecuzione di sei prigionieri musulmani da parte delle truppe paramilitari serbe chiamate «Skorpion» (ecco il perché del titolo nella traduzione di Massimo Vassallo).<br />
<span id="more-191"></span><br />
Il libro è appunto il diario del processo ai responsabili di quel frammento di genocidio. Non tanto un resoconto giudiziario, ma piuttosto un resoconto emotivo di ciò che accade nell&#8217;aula, la difficoltà a trovare il bandolo di una giustizia giusta, il groviglio di tensioni e di pressioni, le famiglie degli assassini e quelle delle vittime, la confusione dei ruoli, il nazionalismo agghiacciante che scavalca ogni ragione, la banalità del male (Hannah Arendt citata più volte), le dichiarazioni e le reazioni degli accusati, individui che possono sostenere di aver compiuto nient&#8217;altro che un dovere (è proprio il caso di ricordare con Samuel Johnson che «il patriottismo è l&#8217;ultimo rifugio dei mascalzoni»). Che dire, infine, della deludente sentenza ispirata a presumibili ragioni di «realpolitik»?<br />
Come sottolinea Antonella Beccaria nella postfazione, un libro scritto secondo un&#8217;ottica «profondamente femminile», che ci invita a riflettere, sì, su un fatto specifico (e gravissimo), ma anche sulle mostruosità (spesso ammantate di virtù) che le guerre producono. Non solo distruzioni di persone e di cose, ma una deviante dimensione degli esseri, una deformità degli animi e delle idee. La «condizione umana» ridotta a un perturbante e miserabile emblema di banalità e di orrore. Una lettura che non delude.</p>
<p>(Torino Sette &#8211; La Stampa 20/02/2009)</p>
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	</item>
		<item>
		<title>Le campane di Bicetre, di George Simenon</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Feb 2009 21:52:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[M.P.]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[george simenon]]></category>
		<category><![CDATA[le campane di bicetre]]></category>

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		<description><![CDATA[recensione di M.P.
Siamo a Parigi: un uomo &#8220;arrivato&#8221;, proprietario di diverse testate giornalistiche, viene colpito da un colpo aplopettico. La sua vita risulta sconvolta, com&#8217;è ovvio, da questo avvenimento, e la sua vulnerabilità fisica e psicologica lo porta a riscoprire non solo il peso specifico di ogni movimento  fisico, ma anche di ogni sensazione [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=virtualbookshelf.wordpress.com&blog=3685836&post=184&subd=virtualbookshelf&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;">recensione di M.P.</p>
<p style="text-align:justify;">Siamo a Parigi: un uomo &#8220;arrivato&#8221;, proprietario di diverse testate giornalistiche, viene colpito da un colpo aplopettico. La sua vita risulta sconvolta, com&#8217;è ovvio, da questo avvenimento, e la sua vulnerabilità fisica e psicologica lo porta a riscoprire non solo il peso specifico di ogni movimento  fisico, ma anche di ogni sensazione affiorata e di ogni ricordo ritrovato.</p>
<p><span id="more-184"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Se già conosciamo Simenon, sappiamo che è uno scrittore di poche e apparentemente semplici parole, quindi non ci stupisce che la sua prosa asciutta ci faccia riandare in un attimo con la memoria a convalescenze di cui ora improvvisamente riconosciamo ogni ricordo e racconto, ma allora già sappiamo anche come i suoi personaggi si trovino quasi sempre allontanati in maniera irrecuperabile dalla vita solita da una serie di inaspettati eventi, esasperate stanchezze. Anche nelle brevi storie di Maigret la vita viene colta nella sua difficoltà a volte sfiancante, nella quale ci capita di aspettare inconsciamente qualcosa che ci porti altrove: ecco perché ogni volta la storia narrata  da Simenon ci suona familiare e parla anche di noi, benché il protagonista si faccia spesso complice, con la sua stanchezza di vivere, di circostanze che lo ingannano, lo coinvolgono, contando sulla sua inerzia, sul suo ormai avviato lasciarsi andare. Circostanze che sempre lo perdono e contro le quali non riesce a mettere in gioco energie morali che possano garantirgli il controllo della situazione.</p>
<p style="text-align:justify;">Qui la metamorfosi non compie il suo percorso solito, perché solo una realtà diversa può portarci altrove, non cambiamenti interiori, non uno sforzo di volontà. Quelli non sono possibili. Il fascino delle piccole cose non si apprende, si possiede e, quindi, si può abbandonare senza troppi rimpianti perché&#8230;&#8221;si fa quello che si può&#8221;.</p>
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	</item>
		<item>
		<title>African Inferno, di Piersandro Pallavicini</title>
		<link>http://virtualbookshelf.wordpress.com/2009/02/17/african-inferno-di-piersandro-pallavicini/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Feb 2009 22:23:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Carlo Santulli]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[african inferno]]></category>

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		<description><![CDATA[recensione di Carlo Santulli
In un momento in cui ci stiamo lentamente avviando a diventare un paese multiculturale, tra urti e sobbalzi, e purtroppo pericolose e a mio avviso insensate marce indietro, credo si debba riconoscere che la nostra letteratura non sembra per lo più in grado di rappresentare questa realtà. Tra correttezza politica e terrori [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=virtualbookshelf.wordpress.com&blog=3685836&post=179&subd=virtualbookshelf&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;">recensione di <a href="http://www.carlosantulli.net/">Carlo Santulli</a></p>
<p style="text-align:justify;">In un momento in cui ci stiamo lentamente avviando a diventare un paese multiculturale, tra urti e sobbalzi, e purtroppo pericolose e a mio avviso insensate marce indietro, credo si debba riconoscere che la nostra letteratura non sembra per lo più in grado di rappresentare questa realtà. Tra correttezza politica e terrori da &#8220;tolleranza zero&#8221; (i cui effetti ricadono solo su persone di certa provenienza), quel che ne risulta è l&#8217;incapacità di capire, e di dare un&#8217;immagine realistica delle culture diverse dalla nostra.<br />
Non è che sia necessario che la letteratura cerchi di interpretare la complessità di ciò che viviamo, però è significativo che abbia una così grande difficoltà nel farlo, oggi in Italia. In realtà, per esempio, sappiamo pochissimo dell&#8217;Africa (anche della letteratura africana, per rimanere al punto, nonostante qualche editore si occupi di pubblicarne le opere più significative: mi viene in mente la Morellini, per esempio, che fa edizioni di notevole qualità, la cui visibilità purtroppo non mi sembra sia eccezionale). Quel che è peggio, e che preoccupa, è che molti di noi non hanno alcuna voglia di conoscere, il che riflette una pigrizia ed un timore anche nel contatto umano, che è proprio di un popolo “vecchio” e anche un po&#8217; privo di amor proprio, perché dal contatto può venire, sì, anche qualche pericolo, ma senza dubbio viene una crescita personale e sociale. E su tutto, i luoghi comuni, il fatto che la cultura europea sia &#8220;minacciata&#8221; (come se le culture non si evolvessero, e non lo stessero facendo da millenni, al contatto con altre culture).<br />
Piersandro Pallavicini, da quanto visto nelle prove precedenti, da &#8220;Madre nostra che sarai nei cieli&#8221; ad &#8220;Atomico dandy&#8221;, è probabilmente uno dei pochi scrittori italiani che potrebbe raccontare la storia di quell&#8217;occasione mancata, che è stata finora la vicenda dell&#8217;integrazione dei migranti in Italia. <span id="more-179"></span>Pallavicini, in controtendenza a molta letteratura recente delle nostre parti, scava a fondo nella caratterizzazione dei personaggi e non è ossessionato dalla trama: anzi, come già sperimentato in “Atomico Dandy”, parte da due piani temporali distanti circa un anno, e gradatamente convergenti, dicendoci una cosa essenziale, come da note di copertina: che Sandro Farina, il protagonista, prima viveva con moglie e figlia, ora vive con due studenti africani, Richard e Modestin. Il romanzo, più o meno, passa in mezzo a queste due sponde narrative, anche se poi, un po&#8217; per forza propria, straripa da esse: questo dà la sensazione, devo dire molto gradevole, che la trama si costruisca da sé, l&#8217;autore lascia la voce narrante del protagonista a guidarci, un passo avanti ed uno indietro.<br />
I personaggi di Pallavicini, anche in “<a href="http://www.lafeltrinelli.it/products/9788807017759/African_inferno/Piersandro_Pallavicini.html">African Inferno</a>” sono complessi e stratificati, anche se non astrusi, perché ravvivati da un continuo umorismo. Hanno un&#8217;infinita trama di difetti, sui quali ogni tanto brilla qualche virtù, che spesso si manifesta in modo inatteso. Sono insomma non molto diversi da quelli che incontriamo ogni giorno, con la differenza, non da poco, che Pallavicini sa raccontare, ed insegue i suoi personaggi fin nelle profondità del loro animo: come accade, quando si è alle prese con un vero narratore, di questa profondità ci si accorge a poco a poco, e specie dopo la lettura, ripensandoci. In breve, sono personaggi che si portano con sé a lungo. Possono essere italiani, anzi di Pavia, come Sandrone Farina, oppure africani, anzi di diversi paesi dell&#8217;Africa. Il suo grande amico Joyce, è per esempio congolese, anche se completo di sorella <em>chef</em> munita di passaporto elvetico, ma, come dicevo, sono estremamente ben caratterizzati. Qualche virtù, molti difetti, ma alla fine presi nel vortice di una vita che può sembrare semplice, solo perché si sforzano (a volte) di essere superficiali: nell&#8217;Italia un po&#8217; presuntuosa e vacua di inizio millennio i migliori tra loro si aggirano un po&#8217; sperduti (come tanti di noi, devo ammettere, il che facilita l&#8217;identificazione). Qualcuno è, senza dubbio, più cattivo della media, come per esempio Dieudonné, o Mister Hu, ma Pallavicini cerca efficacemente di metterlo in contesto, un po&#8217; con la sua spesso efficace ironia, ma più in particolare col fatto che in certo senso, il destino opera in modi un po&#8217; capricciosi sulla vita di ognuno (e poi, parlando di Africa, c&#8217;è il soprannaturale che è sempre vicino, anzi può essere in casa). Questo destino è in fondo l&#8217;inferno del titolo, anche se è un inferno molto funky, e specialmente molto nascosto dietro la normalità di vita “borghese”, cui gli africani con cui Sandrone viene in contatto in fondo aspirano e che forse anche raggiungono in qualche caso (ma si sa, non c&#8217;è nulla di più confuso e frastornante della normalità, specie in un paese come l&#8217;Italia, per la nostra cronica preferenza per le tortuosità del pensiero e della prassi).<br />
Ad un certo punto, mi sono trovato a chiedermi: quanto c&#8217;è di Vittorio Nuvolani, il ricercatore del Chemputer di “Atomico Dandy” in Sandrone Farina? Io trovo che entrambi siano personaggi tanto sfaccettati da essere addirittura convoluti su se stessi a volte, pieni di andirivieni logici, come di improvvisi scatti di orgoglio, e colti ambedue nella stessa crisi generazionale. Tuttavia Nuvolani mi sembra più cinico e furbo, mentre Farina sembra una pedina che ha perso la propria scacchiera, o forse vorrebbe giocare, ma non sa precisamente a che gioco (per non parlare delle regole&#8230;). Si vedano le tragicomiche circostanze in cui assiste, inizialmente quasi senza reagire, al collasso del proprio matrimonio (ed è semplicistico dire che in fondo se l&#8217;è voluta: più che altro ci si è trovato, ma come se stesse guardando un film, anche di serie B). Però la reazione, quando avviene, è ironicamente grandiosa nella sua totale disorganizzazione e imprevedibilità. Anche Sandrone ha degli incredibili lampi di amor proprio (addirittura di patriottismo&#8230;), ma nel complesso appare ingenuo, ma un ingenuo con una sua morale precisa, da cui non si può derogare, ma che è talmente connaturata nel personaggio da essere invisibile dall&#8217;esterno. E&#8217; uno di quei tanti esuli di una sinistra che forse non c&#8217;è più, perché non credono di non avere più cause per cui combattere, poi scoprono che invece sì, la causa per cui lottare, o resistere, come preferisce dire Farina, c&#8217;è, ma forse i nostri mezzi sono inadeguati alla battaglia. In ogni modo, siamo soli, perché partiti ed istituzioni latitano, se non si mettono di traverso sulla nostra strada: Pallavicini lo mostra bene strada facendo; d&#8217;altronde, mentre viviamo in un mondo dove molti ormai, anche se poco visibili per i <em>media</em>, hanno origini le più varie, e sanno maneggiare molte lingue diverse, la politica, a Pavia come altrove in Italia, parla ancora esclusivamente in dialetto.<br />
Però non vorrei parlare di anti-eroe, perché darebbe l&#8217;impressione che i successi di Farina, che vanno pericolosamente a braccetto coi suoi disastri, siano l&#8217;effetto di incredibili circostanze fortuite. In realtà, sono la conseguenza dell&#8217;abbandonarsi alla corrente, muniti nonostante tutto di alcune certezze incrollabili ed a volte di un&#8217;umanità che commuove. Quando sbaglia a valutare, Sandrone cade nella trappola che qualcuno più furbo e cattivo di lui gli tende, ma rimane se stesso; non diventa un eroe, ma nemmeno recede dalla sua linea di difesa personale. Non è frenato dalla correttezza politica e non ha neanche paura di fare del sentimentalismo, ha degli amici e comunica loro il suo affetto, ha una figlia e la adora, una moglie e non vorrebbe perderla, insomma in qualche modo le cose si aggiustano, ma sarebbe sbagliato rivelare come, anche perché è molto più divertente leggerlo. Se non siete in vena di romanzi, potete anche interpretare “African Inferno” come un potente pamphlet sull&#8217;integrazione dei migranti, con divagazioni (ma mica tanto) sulla cultura e la cucina africana, però cercando di dipingere quella società multiculturale che forse stiamo costruendo; non facendo del pessimismo ad ogni costo, ma nemmeno nascondendo le difficoltà. Non è un libro per chi ha un&#8217;ideologia (o le macerie di una passata), ma è un libro per chi desidera farsi un&#8217;idea di cosa sta succedendo davvero, fuori dal penoso teatrino dei giornali e della TV, delle Caste, degli scandali (ormai sempre gli stessi) e della “tolleranza zero” (sempre rivolta agli altri, e mai a noi stessi&#8230;). Per conto mio: da leggere senz&#8217;altro.</p>
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		<title>Hitler era innocente, di Aldo Moscatelli</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Feb 2009 15:45:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Glauco Silvestri]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
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		<description><![CDATA[recensione di Glauco Silvestri
Una copertina anonima, tutta nera. Un libricino di circa duecento pagine. Sembra quasi un breviario ma, il suo contenuto è molto diverso. Un racconto, una testimonianza. Un libro per non dimenticare.
Sembra quasi un caso che, proprio in questo periodo, mi sia capitato questo libro tra le mani. L&#8217;argomento è strettamente legato all&#8217;attualità, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=virtualbookshelf.wordpress.com&blog=3685836&post=171&subd=virtualbookshelf&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;">recensione di <a href="http://www.glaucosilvestri.it/">Glauco Silvestri</a></p>
<p style="text-align:justify;">Una copertina anonima, tutta nera. Un libricino di circa duecento pagine. Sembra quasi un breviario ma, il suo contenuto è molto diverso. Un racconto, una testimonianza. Un libro per non dimenticare.</p>
<p style="text-align:justify;">Sembra quasi un caso che, proprio in questo periodo, mi sia capitato questo libro tra le mani. L&#8217;argomento è strettamente legato all&#8217;attualità, è legato al passato, è legato ad uno dei momenti più bui della storia dell&#8217;umanità. La Shoah, che è stata ricordata proprio da pochi giorni, è probabilmente l&#8217;azione più terribile che l&#8217;uomo abbia mai concepito. Lo sterminio di massa, la discriminazione all&#8217;ennesima potenza, l&#8217;odio per chi è diverso&#8230; <em>Hitler era innocente</em> (Ed. <a href="http://casadeisognatori.splinder.com/">I Sognatori</a>) è tutto ciò.<br />
<span id="more-171"></span><br />
Un uomo possiede una libreria; è un uomo colto, non è ebreo. Una mattina entra nel suo negozio un ragazzino e gli chiede una copia del <em>Mein Kampf</em> e, lui dice di non averlo&#8230; consiglia un altro titolo dagli argomenti ben diversi da quelli proposti nel testo di Adolf Hitler. Il ragazzo se ne va stizzito e&#8230; il mattino seguente le SS entrano nel suo negozio. Improvvisamente questo uomo si trova rinchiuso in un lager&#8230; un lager speciale, chiamato &#8220;Libertà&#8221;.<br />
La sua colpa non è nel suo sangue. La sua colpa è nella sua mente. Il motto di quel lager, infatti, non è &#8220;Il lavoro rende liberi&#8221;, bensì &#8220;L&#8217;uomo libero non pensa, esegue&#8221;. Il lager Libertà è il luogo dove vengono deportate le persone pericolose per il regime. Uomini di pensiero, prostitute, omosessuali, preti&#8230; tutti coloro che potevano rappresentare una alternativa al regime, tutti coloro che si opponevano al regime, tutti coloro che erano abituati a pensare con la propria testa e&#8230; non a obbedire ciecamente.<br />
Il lager è un luogo di sofferenze, di privazioni, di alienazione. Il lager è dove l&#8217;uomo si annulla e diventa bestia da soma. Il lager è un luogo dove pensare è proibito; dove leggere è proibito, dove avere una opinione è proibito.<br />
Ma come proibire a uomini di pensiero di&#8230; pensare? E difatti ciò non avviene. Dopo il duro lavoro, in questo lager, nascono delle discussioni, i confronti di idee, i dibattiti. Si parla di come sia potuto accadere tutto ciò, di come loro lo abbiano permesso, di chi sia la colpa&#8230; parole forti, intense, che fanno riflettere.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Hitler era innocente</em> è un romanzo che, oltre a trasmettere una testimonianza dell&#8217;olocausto, porta al lettore nuovi punti di vista. Un personaggio in punto di morte, Oskar, descrive il fascismo come un albero. Hitler è il fusto; le fronde, i rami, le foglie sono formate dai suoi seguaci&#8230; ma un albero non sta in piedi, non sopravvive senza le radici. E le radici sono nascoste nel terreno&#8230; le radici sono&#8230; il popolo! E&#8217; il popolo che ha dato potere ad Hitler; è il popolo che ha chiuso gli occhi di fronte alle deportazioni, è il popolo che non si è mai opposto di fronte a nessuna delle terribili nefandezze che furono commesse. Questo concetto, sviscerato, ribaltato, discusso e dibattuto, echeggia costantemente per tutto il libro. Gli uomini rinchiusi si rendono conto della colpevolezza in quanto assieme di situazioni, debolezze, indecisioni&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;">È sicuramente un libro differente da molti altri. Devo ammettere che ho letto molto al riguardo della Seconda Guerra Mondiale. E&#8217; sempre stato un tema che mi ha interessato. E&#8217; stato un evento storico che ha cambiato completamente la nostra società, che ha stabilito nuovi equilibri, nuove economie, nuove visioni di ciò che può essere il futuro. Dalla Seconda Guerra Mondiale sono nate tecnologie impensabili prima di essa. Dal volo spaziale, alla televisione, il radar, e molte altre cose che oggi giorno sono di uso comune in tutte le nostre case. Dalla Seconda Guerra Mondiale è nata la consapevolezza che l&#8217;uomo è in grado di distruggere se stesso.</p>
<p style="text-align:justify;">La Shoah.</p>
<p style="text-align:justify;">Ho letto molto anche al riguardo di essa. Dal fumetto <em>Maus</em>, al <em>Diario di Anna Frank</em>, all&#8217;<em>Amico Ritrovato</em> di Fred Uhlman&#8230; fino a questo libricino: <em>Hitler era Innocente</em>.<br />
Tutti questi libri &#8220;testimonianza&#8221; hanno una visione differente dell&#8217;olocausto. Ognuno di essi è unico e terribile. Ognuno di essi trasmette testimonianze e ricordi terribili. Pensieri, paure, dolori&#8230; morte. Il totale annientamento dell&#8217;uomo.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Hitler era Innocente</em> vuole ragionare sui motivi di una tale condanna. Scritto con pacatezza, è quasi delicato nell&#8217;affrontare la vita nei lager, e si concentra sui ragionamenti, sulle convinzioni, sulle teorie. Sui pensieri di coloro che erano rinchiusi. Formula ipotesi, esprime opinioni, istiga a riflettere e ad esprimere la propria opinione.<br />
E&#8217; un romanzo che fa pensare, che cattura e inchioda ad una tavola di legno. Perché è successo? Com&#8217;è potuto succedere? Perché nessuno ha impedito che accadesse? Possibile che tutti quanti fossero così ciechi?<br />
Il libro non fornisce una risposta certa ma, butta sul tavolo degli indizi, dei pensieri e dei dubbi. Il lettore dovrà fare altrettanto&#8230; anche se forse, una risposta certa non la si potrà avere mai.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Hitler era Innocente</em>, di Aldo Moscatelli, è un lavoro che cattura e trascina. Si legge velocemente. Si vive intensamente. Si tiene dentro.</p>
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		<title>Rondò Veneziano: La Regata delle Mascarete</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Feb 2009 22:51:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Concorsi letterari]]></category>
		<category><![CDATA[edizioni XII]]></category>
		<category><![CDATA[Monolito]]></category>
		<category><![CDATA[Regata delle Mascarete]]></category>
		<category><![CDATA[Rondò Veneziano]]></category>

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		<description><![CDATA[
Il 19 Febbraio 2009, festa di Giovedì Grasso, il Monolito farà ingresso solenne nella città di Venezia, acclamato come un tempo era usanza per Dogi, Procuratori della Repubblica e ospiti illustri. L&#8217;evento verrà celebrato da una straordinaria
Regata delle Mascarete
Sono ammessi alla Manifestazione gli Autori dei Serenissimi Racconti in Gara nell&#8217;iniziativa Rondò Veneziano, selezione editoriale ufficiale di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=virtualbookshelf.wordpress.com&blog=3685836&post=167&subd=virtualbookshelf&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p align="justify"><img title="bautta" src="http://mailstore.rossoalice.alice.it/exchange/Alice000000002389185/Posta%20in%20arrivo/Rond%C3%B2%20Veneziano:%20La%20Regata%20delle%20Mascarete.EML/1_multipart/2_multipart/2_bautta.gif?Security=3" alt="bautta" hspace="5" width="100" height="141" align="left" /></p>
<div style="text-align:justify;">Il <strong>19 Febbraio 2009</strong>, festa di Giovedì Grasso, il <strong>Monolito</strong> farà ingresso solenne nella città di Venezia, acclamato come un tempo era usanza per Dogi, Procuratori della Repubblica e ospiti illustri. L&#8217;evento verrà celebrato da una straordinaria</div>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><a title="La Regata delle Mascarete" href="http://mailstore.rossoalice.alice.it/exchweb/bin/redir.asp?URL=http://xii-online.com/portale/index.php?option=com_content%26task=view%26id=726%26Itemid=364" target="_blank"><strong>Regata delle Mascarete</strong></a></p>
<p style="text-align:justify;">Sono ammessi alla Manifestazione gli Autori dei <a title="i Serenissimi partecipanti alla fase finale del Rondò Veneziano" href="http://mailstore.rossoalice.alice.it/exchweb/bin/redir.asp?URL=http://xii-online.com/portale/index.php?option=com_content%26task=view%26id=723%26Itemid=363" target="_blank">Serenissimi Racconti in Gara</a> nell&#8217;iniziativa <a title="La home page del Rondò Veneziano" href="http://mailstore.rossoalice.alice.it/exchweb/bin/redir.asp?URL=http://www.xii-online.com/veneziano" target="_blank"><strong>Rondò Veneziano</strong></a>, selezione editoriale ufficiale di <a href="http://www.xii-online.com"><strong>Edizioni XII</strong></a>. Ciascuno di questi Autori sarà l&#8217;equipaggio di una <em>mascareta</em> (imbarcazione così nominata poiché reca a poppa una Bautta): userà la voga veneta con la forza delle parole e della sintassi fino a raggiungere la <em>Machina</em>, sontuoso palco galleggiante dal quale il Monolito si godrà la vista della Regata, seduto accanto alla Serenissima Commissione che ha valutato i Racconti in Gara.</p>
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