Srebrenica, ricordo di una strage
di Giovanni Tesio
Con «Processo agli scorpioni» (Stampa alternativa, pp. 128, euro 10; e-mail:ordini@stampaalternativa.it) Jasmina Tešanovic, la scrittrice traduttrice e regista serba che vive tra l’Europa e gli Stati Uniti e che fa parte dell’associazione femminista e pacifista «Donne in nero», scrive il resoconto di un processo legato alla strage di Srebrenica, la città della Bosnia orientale che – come scrive Luca Rastello nella prefazione, «fu letteralmente consegnata nelle mani dei macellai nazionalisti serbi comandati da Ratko Mladi?». Ottomila prigionieri assassinati a freddo. A documentare un frammento di quella strage (uno «sterminio di civili compiuto dal terrorismo di Stato») comparve un filmato di pochi minuti che mostrava l’esecuzione di sei prigionieri musulmani da parte delle truppe paramilitari serbe chiamate «Skorpion» (ecco il perché del titolo nella traduzione di Massimo Vassallo).
Il libro è appunto il diario del processo ai responsabili di quel frammento di genocidio. Non tanto un resoconto giudiziario, ma piuttosto un resoconto emotivo di ciò che accade nell’aula, la difficoltà a trovare il bandolo di una giustizia giusta, il groviglio di tensioni e di pressioni, le famiglie degli assassini e quelle delle vittime, la confusione dei ruoli, il nazionalismo agghiacciante che scavalca ogni ragione, la banalità del male (Hannah Arendt citata più volte), le dichiarazioni e le reazioni degli accusati, individui che possono sostenere di aver compiuto nient’altro che un dovere (è proprio il caso di ricordare con Samuel Johnson che «il patriottismo è l’ultimo rifugio dei mascalzoni»). Che dire, infine, della deludente sentenza ispirata a presumibili ragioni di «realpolitik»?
Come sottolinea Antonella Beccaria nella postfazione, un libro scritto secondo un’ottica «profondamente femminile», che ci invita a riflettere, sì, su un fatto specifico (e gravissimo), ma anche sulle mostruosità (spesso ammantate di virtù) che le guerre producono. Non solo distruzioni di persone e di cose, ma una deviante dimensione degli esseri, una deformità degli animi e delle idee. La «condizione umana» ridotta a un perturbante e miserabile emblema di banalità e di orrore. Una lettura che non delude.
(Torino Sette – La Stampa 20/02/2009)
[...] Il Ticino e su TorinoSette, magazine de La [...]