La solitudine dei numeri primi, di Paolo Giordano
recensione di Carlo Santulli
Un tempo, c’erano i grandi scrittori. Poi, sono arrivati gli editor: è grazie a loro che possiamo ammirare libri che sono tutti uguali, come fatti con lo stampìno. È un po’ la questione dell’uovo e della gallina: sono prima arrivati gli editor, o sono prima spariti i grandi scrittori?
Avevo anche promesso di non parlare del premio Strega 2008, ma ho ceduto alla tentazione, e mi sembra che si vada di male in peggio: Veronesi due anni fa partiva bene, poi si perdeva un po’, ma con un certo stile che gli andava riconosciuto: il romanzo di Ammaniti dell’anno scorso non mi è sembrato esattamente un capolavoro, ma si arrivava in fondo e si rideva anche un po’ (credo involontariamente).
Qui, con Paolo Giordano, nella vita fisico teorico, mi trovo in imbarazzo (e nessuno mi può accusare, credo, di esser prevenuto contro i ricercatori che scrivono); è un romanzo che mi ha lasciato senza parole per la tetraggine assoluta del tono e dello stile: una piattezza olandese (e senza tulipani). Capisco che forse alla scuola di scrittura gli hanno detto che basta togliere le subordinate (che io amo indistintamente, dalla fiera avversativa alla mite concessiva) per essere uno scrittore alla Carver, però è un po’ come dire che basta scordarsi metà delle note per trasformare una canzone di Giusy Ferreri in un notturno di Chopin. Il problema, di editing in editing, è che si finisce per non avere più uno stile: e, se è vero che anche una lista della spesa può essere letteratura, è altrettanto vero che non capita spesso di incontrare dei nuovi Moravia o Calvino all’hard discount (se non altro perché il lavorio stilistico sulle opere che presentano al bancone è di solito modesto).
Da dove partire dunque? Dal titolo ovviamente, che in un paese storicamente avverso alla matematica ed alla tecnologia sembra un fulgido esempio di conoscenza: è ovvio che i numeri primi sono soli, perché (accidenti a non averci pensato prima) sono tutti dispari, tranne il 2 che infatti è vicino al 3 ed è primo. E’ l’autore è orgoglioso di questa scoperta, al punto da aprire l’articolo 21 con la storica frase “I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi”. Però!
Vabbé, quindi abbiamo due personaggi dispari, che più dispari non si può: si chiamano Alice, che se la fa addosso alla scuola sci, alla quale la spinge il padre, un uomo ottuso e cattivo, e Mattia, che lascia la sorella gemella Michela nel parco a otto anni, Michela che ha un ritardo mentale mai curato a dovere, anche per colpa del padre, un uomo cattivo e ottuso.
Devo chiarire a questo punto che Paolo Giordano ha un problema coi genitori, che sono tutti una fetecchia, come direbbero a Napoli, oltre che identici (al punto che il padre di Alice sembra quello di Mattia, ecc.) e le mamme sono più preoccupate del sugo con la panna che delle crisi esistenziali dei figli. Anche Giuseppe Verdi aveva un evidente problema coi sacerdoti, ma va detto che i risultati sono un po’ diversi (si chiama caratterizzazione dei personaggi, una lezione che alla scuola di scrittura Giordano deve essersi perso, o forse è in un modulo successivo).
Incidentalmente, dobbiamo dare anche a Federico Moccia, questo reale ispiratore della nuova letteratura italiana, quel che gli spetta. Sequenze di dialogo tra i due ragazzi dispari che si incontrano, a testimonianza del fatto che poi tanto primi non sono (sennò chi comprerà mai i diritti cinematografici dell’opera?), come la seguente (p.176): “Allora, come ci si sente da laureati?” [...] “Uguali identici a prima” “Tu non ci riesci proprio ad essere contento?” “Sembra di no”, potrebbero appartenere senza problemi all’epos mocciano (poi, perché uno che si laurea dovrebbe sentirsi diverso? Semmai sollevato…).
Insomma Michela viene lasciata nel parco e si disperde nel nulla (in una città del mondo occidentale, è inverosimile, perché avrebbero chiamato tutte le forze dell’ordine, ed inoltre la vicenda sarebbe finita sui giornali e in TV; do you know Bruno Vespa?). Ma ammettendo di essere nel mondo ammanitiano (però educato e gentile, e quindi torinese anziché romano) che piace tanto ai nostri intellettuali, e quindi terribile e spietato, può essere anche plausibile, anche perché l’ombra di Michela si aggira qua e là per tutto il romanzo, un po’ come quella del Macbeth shakespeariano. Niente di nuovo, anche se d’effetto, pur se fastidiosa è l’assenza di partecipazione con cui il ritardo mentale della bimba è narrato, che non c’entra tanto con l’ecole du regard, quanto evidentemente coi suggerimenti “stilistici” dell’agenzia letteraria.
Ecco, mi fermo qui, perché c’è veramente poco da dire d’altro, fuorché il sottile senso di angoscia che trasuda da ogni pagina. Secondo me, siamo alla frutta, anche perché un romanzo del genere ha venduto 600000 copie (una l’ho comprata io): come se, per fare un esempio, ogni palermitano od ogni genovese se ne fosse comprata una. Questo mi angoscia quasi più del romanzo di Giordano. Avranno tutti sbagliato come me? Io ho delle attenuanti però, cioè una: il cellophane. Non si dovrebbe più permettere di esporre in libreria i libri “cellofanati” (devo aprire un gruppo all’uopo su Facebook…). Il libro va letto a salti, qua e là, e solo dopo va acquistato (ma io, come tanti, sono una persona educata, e non vado a rompere i cellophane nelle librerie). (By the way: in Inghilterra il cellophane sui libri non esiste…).
Un esempio: dato che Mattia è un matematico ed un ricercatore, fugge all’estero, si occhieggia qua e là ad un’aula universitaria piena di studenti, e la descrizione è grigia e opaca anch’essa, ma io non potevo saperlo a priori, per via della maledetta busta di plastica. Un bel libro che parla (tra l’altro) di ricercatori, “Atomico dandy” di Piersandro Pallavicini, mi ha convinto per la descrizione (senza cellophane) con cui si apre, del ricercatore che apre la busta dove gli rendono l’articolo revisionato (peer reviewed, si dice) e scopre che glielo accettano senza correzioni. Se avete qualche amico ricercatore, vi dirà forse come vi dico io, che le sensazioni di Pallavicini sono esatte, giuste al millimetro, anche se ovviamente, per questioni di carattere, c’è chi sorride semplicemente e chi (ehm…) fa un giro di laboratorio con le braccia alzate, possibilmente dopo aver verificato che non ci sia la signora delle pulizie con secchio e spazzolone in giro: la schiumetta del detersivo rovina le scarpe. Mentre nel libro di Giordano, è la solita finta parodia italiota del ricercatore perso tra le nuvole che va in scena.
Bene, ho fatto il mio dovere: aggiungo solo che il finale non va raccontato. Se faticherete ad arrivarci, sarete d’accordo con me. Altrimenti, buona lettura, e se trovate un motivo per cui dovrei ricredermi, vi prego di comunicarmelo, perché i ricercatori mi stanno, nonostante tutto, simpatici.
Bella recensione, divertente. azzeccata non so, perché non ho letto il libro. non avevo intenzione di leggerlo per oscuri presagi che non saprei spiegare. dopo aver letto il tuo giudizio, questo sentimento si è ancor più radicato in me. Anch’io sono un convinto supporter (si dice così?) delle subordinate e degli incisi. La vita non è una subordinata?
Grazie a te. Sì, la vita è una subordinata ed è piena di incisi e, devo dirti, non si vede perché nella vita si dovrebbe eliminare tutte le digressioni per correre alla fine. E’ il divagare che in certo senso è il bello della vita.
Venendo al libro di Paolo Giordano, per me rimane un mistero, pur dopo averlo letto. Al di là dell’angoscia che procura in molti luoghi, non si avverte nulla di nuovo, nemmeno in nuce. Ed io penso che ci sia bisogno di “rischiare” un po’ in letteratura.
Anche se ad uno che vende 600mila copie all’opera prima, è probabile la voglia di rischiare passi del tutto.
forse sì – con seicentomila copie vendute l’ego un pochino si rafforza, temo – il mio ballerebbe la taranta – incisi, subordinate, parentesi che si espandono, esplodono e si chiudono in dignità e silenzio – questa è certamente la nostra vita, specie quella di relazione (con noi stessi e con altri)
a rileggerti sandro
Io ho apprezzato molto questo libro, mi piace molto come riesca a descrivere due vite con piccoli e distanti flash che raccontano solo alcuni attimi, ma ti sanno riempire con ciò che non è scritto.
eppoi la solitudine e gli ambienti “ammanitiani” sono molto più vicini alla realtà di noi lettori italiani di certe descrizioni stucchevolmente esotiche di cui le librerie si riempiono.
chiudo per dire che persino dietro alla piattezza olandese (perlomeno in senso geologico) c’è il lavoro e la fatica (e quindi le storie) di tanti uomini ed una realtà totalmente diversa dalla odierna apparenza.
Non volevo certo offendere gli olandesi, che oltretutto è un popolo che amo e stimo per lunga frequentazione. Però che sia un paese privo di montagne, è un fatto.
Mi fa piacere che questo libro (che ho affrontato con notevole simpatia, come dico) sia piaciuto a qualcuno, come ovviamente sono contento di essere contraddetto, d’altronde ha ricevuto un premio Strega e qualcosa dovrà esserci (che io non ho trovato, ma può essere un mio problema).
Che Ammaniti descriva la realtà italiana di oggi, e non un suo incubo, faccio più fatica a crederlo, francamente, ma può darsi benissimo che anche questo sia
un mio problema.
nemmeno io volevo offendere gli olandesi, era mia intenzione rimarcare che ciò che ora ci appare piatto in realtà non lo era, così come un libro che lascia trasparire un aspetto stilistico e narrativo monotono potrebbe in realtà non esserlo.
circa gli incubi…che dire, li vedo come una componente vicina alla società…forse in realtà il “problema” sta nelle esperienze e nelle sensazioni di chi si avvicina ad un’opera, più o meno gradevole e stilisticamente apprezzabile, ovvero nella diversità di tutti noi.
desideravo solo esprimere una voce in favore di questo scritto che è riuscito, nel corso della lettura, a farmi ricredere sullo scetticismo iniziale che aveva colpito anche me.
Penso che prima o poi rileggerò il libro di Giordano per rivedere, confermandola o meno, l’impressione della prima lettura: devo confessare che quel che mi ha colpito negativamente è l’assoluta mancanza di qualunque traccia di ironia. Giordano si prende tremendamente sul serio, almeno a giudicare dalla sua prima opera.
Purtroppo anche i critici si professione (ed io non lo sono neanche)
risentono delle proprie esperienze,
ed idee (forse anche preconcette).
Grazie del tuo interessante parere, Massimo, a presto.
La solitudine dei numeri primi è un romanzo ambizioso, così ambizioso da pensare che le subordinate siano un ostacolo alla propria scrittura, è vero, ma è un romanzo da non tralasciare, perché una storia, che ci piaccia o meno il modo in cui è raccontata, “c’è”, e perché riesce a rendere una solitudine affettiva molto comune, il non saper coniugare nessun verbo diversamente da un presente, prima persona singolare.
Forse è un libro un po’ troppo “giovane”; i personaggi sono ancora tratteggiati con buona volontà ma non con maestria, e non è certo scritto da un Carver, autore che conosceva la vita e i meccanismi dei sentimenti e dei comportamenti fino a non poterne più, ma credo che nemmeno l’autore si senta un pò Carver. Almeno lo spero.
Intanto un’occhiata non è tempo perso dargliela; solo un’occhiata, perchè non è ancora un raccontare storie che si possa assaporare. E scommettiamo sul futuro.
Infatti, Marina, riconosco la buona volontà, però ad un certo momento mi sono cascate le braccia, Giordano ha una visione della vita a senso unico e del tutto in bianco e nero, che capisco sia un suo problema, ma se la storia giustificasse un po’ tanta tetraggine si potrebbe accettarla meglio, forse.
Storia che è, per quanto mi riguarda, inverosimile e da un certo punto in poi inutilmente angosciante.
Eppure mi ero avvicinato al romanzo con molta simpatia.
Va detto che io preferisco dei personaggi senza storia che una storia senza personaggi (è un paradosso, ovviamente, ma solo per dare l’idea).
Comunque, lo rileggerò, prima o poi, come dicevo.
Grazie del tuo parere, mi fate sentire meno solo, anche e soprattutto se non siete completamente d’accordo.