Zapatero, un socialismo gentile
recensione di Carlo Santulli
Per noi, che non abbiamo un partito, non perché non ci interessi la politica, ma anzi forse perché la stimiamo troppo per chiederle favori che dovremo renderle con la nostra dignità, è forse più facile scoprire dietro le pieghe più o meno letterarie di un discorso la tentazione dell’agiografia. Specie quando il personaggio sia, a pelle, gradevole come José Luis Zapatero, biografato da Ettore Siniscalchi per Manifesto libri (Zapatero, un socialismo gentile, 22 Euro, 270 pagine, ISBN 9788872854624 ).
Passi il fatto che la sinistra italiana, i cui tentativi di creare uno statista di livello internazionale sono finora falliti, probabilmente per il fatto stesso che in fondo in fondo teme la meritocrazia come un serpente a sonagli, cerchi di appropriarsi del premier spagnolo come di una sua creatura (la prefazione di Walter Veltroni mi sembra un tentativo, non so se più goffo o tenero, in questa direzione). Passi anche la considerazione che nella biografia, Zapatero appare del tutto privo di ombre e di difetti, sempre dalla parte giusta, sempre pieno di sagaci osservazioni sul futuro, una specie di uomo della provvidenza, una provvidenza post-marxista, ma efficace come quella divina, a quanto pare. La simpatia per il personaggio è forse condizione necessaria per parlarne con un po’ di convinzione, se non di passione.
La storia spagnola dell’ultimo secolo non è tuttavia un campo di sperimentazione privo di insidie, e le contrapposizioni ideologiche sono sempre state, e sono, forti e sanguinose. In questo, la visione di Siniscalchi, nonostante qualche apprezzabile sforzo per far vedere le varie facce di ogni questione, è purtuttavia marcatamente a senso unico, e forse datata. Mi riferisco in particolare alla questione della guerra civile ed al ruolo della Chiesa nella società dell’epoca: è encomiabile che Siniscalchi, che avrebbe potuto saltare la questione a pié pari, dato che Zapatero è nato nel 1960 ed ha svolto logicamente tutta la sua attività politica dopo la morte di Franco, cerchi di allargare lo sguardo dalla monarchia costituzionale di oggi fino alla seconda repubblica degli anni ’30, per vedere se qualche eredità si sia mantenuta negli anni (le connessioni nella storia familiare di Zapatero tuttavia ci sono: suo nonno materno è stato fucilato dai franchisti).
Tuttavia, costa un certo sforzo ed una certa pena leggere, a proposito delle migliaia di religiosi uccisi tra il 1931 ed il 1936, che: “Lo scopo non era bruciare gli altari, non erano scontri religiosi e neanche anticattolici. Quella che era in atto era la lotta di classe, nella quale le chiese, come le caserme, rappresentavano le classi dominanti” (p.189). Ecco: a noi, che appunto non abbiamo partito (anche perché partito vuol dire divisione), viene un brivido all’idea di giustificare tutti quei morti in termini di lotta di classe.
C’è da dire che in altri casi Siniscalchi mostra più partecipazione, come nel caso delle lotte dell’ETA, il movimento per l’indipendenza basca, che vengono colte in tutti i loro chiaroscuri, e l’importanza del patto antiterrorismo e dell’alleanza con gli indipendentisti moderati, tentata da Zapatero, pur in presenza di opposizioni interne, viene evidenziata con ricchezza di dettagli e di retroscena.
E ci sono naturalmente gli attentati dell’11 marzo 2004, che hanno avuto il loro ruolo nel capovolgimento elettorale che ha portato Zapatero al potere, ancora in certo senso avvolti nel mistero. Furono di matrice islamica, organizzati dall’ETA, o dai servizi segreti?
Che ad un governo progressista si chieda in Spagna maggior sicurezza, non soltanto lavorativa, è secondo me estremamente indicativo, anche se Siniscalchi forse non se ne accorge, del fatto che sia un fenomeno tipicamente italiano (o una malattia?) la necessità, per avere un minimo di “ordine civile” (qualunque significato si dia a questo termine) di ricorrere a soluzioni pseudo-autoritarie. Zapatero conosce la storia e vuol far dimenticare sia la sinistra sindacalizzata e potenzialmente immobilizzante degli anni ’80, che quella, dal volto in fondo feroce e classista, degli anni ’30, arrivando secondo me a dei risultati di notevole originalità, senza cadere nella contiguità o connivenza con l’ambiente finanziario ed economico, o in breve nel blairismo. E la sinistra italiana? Beh, recentemente sembra molti da quella parte ammirino Berlusconi, cui non si può negare (e Dio sa se mi piacerebbe poterlo fare) di avere delle idee, e di portarle avanti con coerenza (cosa che forse è il minimo che si dovrebbe chiedere ad un politico, ma non ditelo a Veltroni per carità).
Insomma, comunque la si guardi, la crisi c’è ed è forse irreversibile nel breve termine.
Voglio essere onesto nel dire che non saprei se Zapatero troverà degli imitatori, o se rimarrà un fenomeno epigonale. Quel che è certo, è il fascino di un politico progressista che sa prendere decisioni ed anche valutarne e sopportarne le inevitabili conseguenze. Fascino che è indubbiamente accresciuto dal confronto con lo scarso sèguito e la solo relativa influenza che José Maria Aznar aveva potuto conseguire a livello internazionale, ed anche da quello coi tradizionali politici progressisti spagnoli, come Felipe Gonzales, che si ponevano ancora nei termini, oggi molto difficili da definire (o desueti?), di “alternativi ai conservatori”.
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