Recensione di Carlo Santulli
Il “somaro” non appare, a prima vista, un personaggio affascinante, a partire da esempi celebri, come Lucignolo in Pinocchio: oggi tuttavia, la “somaraggine” si è caricata di significati sociali, nel senso che non è più il singolo ad essere somaro, ma è la società che non mette in grado, il mondo che non permette, eccetera.
Lungi da me il voler ridurre o peggio negare le responsabilità della società e della scuola, tuttavia, per esperienza, c’è un limite (razionalmente) a quello che si può fare dall’esterno per il “somaro”. Dico razionalmente non a caso, come spero di mostrare nel seguito.
Osservo solo che, come in questo “Diario di scuola” di Daniel Pennac, la correttezza politica mostra i suoi limiti: un insegnante di lunga esperienza, come l’autore è, non può nascondersi dietro un dito. Dove la scuola fallisce, non può indorare la pillola, e, come sappiamo da lunga frequentazione letteraria, raccontare delle vicende apparentemente fantastiche non ha mai impedito allo scrittore della saga dei Malaussène di mostrare la realtà in controluce, e di inserire la sua idea di mondo nella narrazione. Unica concessione: il ragazzo difficile, a scuola, è detto Maximilien, quasi per contrasto tra il nome pomposo e imperiale e la povera realtà di un adolescente che cerca di scampare alla scuola, più che frequentarla. Quindi, Maximilien, Lucignolo, “somaro” o “ragazzo problematico” che sia, Pennac decide di dedicargli un romanzo, allo scopo devo dire quasi commovente, di spiegare la scuola e forse la società di oggi a sua mamma centenaria, con l’idea, molto tenera, di farle capire come suo figlio, l’inspiegabile “somaro” di ieri, sia potuto essere un insegnante e uno scrittore di successo. Ed insieme a Maximilien ritroviamo tutti quei personaggi che già in “Come un romanzo” Pennac ci aveva mostrato, i ragazzi ossessionati dalla moda e dalle esigenze mutevoli ma sempre categoriche del gruppo, consumatori di beni e della loro stessa vita.
Penso che sarebbe ingenuo, e forse anche un po’ approssimativo, pensare che davvero il successo scolastico si traduca in un più generale cursus honorum trionfale per tutta la vita, in un momento in cui i nuovi poveri sono sempre più letterati e colti (o, girando la frase, la cultura non è ormai indicativa necessariamente di maggiore ricchezza). Tuttavia, questo rende sempre più difficile il ruolo dell’insegnante, dato che non siamo più imbevuti dell’idea illuministica della cultura come progresso sociale, ed anche non possiamo promettere più banalmente possibilità di riscatto, anche economico, che passino per l’aula scolastica od universitaria.
Si tratta di trovare nuove e forti motivazioni per imparare, che non sia l’apprendere un mestiere o ottenere quel posto che viceversa ci sarebbe negato. In realtà si apprende per migliorare se stessi, e per provare dei piaceri spirituali che non sono spiegabili così semplicemente, in una parola profondi (ma qualcuno vuole veramente essere profondo oggi?). Tutte le spiegazioni abbreviate di questa gioia di apprendere sono piccoli tradimenti. E’ la domanda tipica che viene fatta all’insegnante: “A che serve, questo che stiamo studiando?”, alla quale si possono dare migliaia di risposte, pratiche e calate nella realtà dei fatti, ma la verità non può che essere un po’ tautologica. Si apprende perché non si può fare altro, dalla nascita: è un po’ il destino dell’essere umano. Molto filosofico ed elegante, ma non basta forse per fondare una scuola, né, più prosaicamente, per redimere un “somaro”. Per la scuola ci vogliono voti, registri, premi e punizioni, classi, corsi di diverse materie, sperimentazioni, aggiornamenti, ecc. Ma dove tutti questi strumenti, ed altri ancora, falliscono (e lo stesso Pennac non può, con la solita onestà intellettuale che lo contraddistingue, negare di aver fallito in più di un’occasione) ed il “somaro” rimane, al di là di un eventuale fascino letterario, “irredento”, solo l’amore può riuscire. Sembra banale, ma è la bellissima conclusione di questo libro: oltre un certo limite, non c’è incentivo, proposta educativa o sottigliezza pedagogica che tenga, l’educazione richiede un profondo coinvolgimento emotivo e morale: in breve, non si può non sporcarsi le mani. Altrimenti, continueremo a credere che il “somaro” lo crei, quasi per germinazione spontanea o (più seriamente) per determinazione fisiognomica lombrosiana, la società.
[...] numerosi estimatori di Daniel Pennac, autore di Diario di scuola, segnalo la recensione di Carlo Santulli, interessante per almeno un paio di buoni motivi: primo, perché è scritta col [...]
Pingback di Il Diario di Scuola di Pennac « False Percezioni 2.0 — Agosto 22, 2008 @ 10:42 am |
L’altro ieri, mentre mi trovavo in libreria, ho esitato a lungo davanti al libro di cui Lei parla. Ad essere sincero per questioni economiche. Avevo già sotto braccio 60 euro. Dopo aver letto le sue riflessioni, lo acquisterò. Mi “consola” leggere “la “somaraggine” si è caricata di significati sociali, nel senso che non è più il singolo ad essere somaro, ma è la società che non mette in grado, il mondo che non permette”. Lei mette in luce uno degli assilli di noi insegnanti, o meglio di quelli che a tutti i costi tendono al giustificazionismo della somaraggine come effetto, unico, se non esclusivo, della società.
” Si apprende perché non si può fare altro, dalla nascita: è un po’ il destino dell’essere umano”. Anche questa è una dura battaglia!
Comment di melchisedec — Agosto 23, 2008 @ 5:44 am |
Grazie per le sue osservazioni. Secondo me (e questo giustifica le mie riflessioni) Pennac coglie bene la crisi d’identità della scuola, in un momento storico in cui studiare non fa ottenere facili gratificazioni sociali (guadagnare di più, essere più considerati).
Allora bisogna andare più a fondo, secondo me, e cercare motivazioni più “filosofiche” e profonde allo studio. Non so se e quanto potremo comunicare queste cose agli studenti, quel che mi sembra certo è che bisogna resistere alla marginalizzazione dell’insegnante ed allo svilimento della sua funzione, non soltanto per la persona dell’insegnante, ma specialmente per la centralità dell’apprendere nella vita umana.
Grazie ancora
Carlo S.
Comment di Carlo S. — Agosto 25, 2008 @ 7:59 am |
Recensione profonda e minuziosa come Carlo Santulli sa fare. Condivido il pensiero sugli insegnanti che dovrebbero svolgero il loro ruolo come una missione, anche se i tempi sono difficili. Ogni alunno particolare che si riesce a convertire è una soddisfazione senza pari.
Dicono a che serve la cultura, se poi non mi gratificherà? Far comprendere che essa è un arricchimento interiore, un cibo dell’anima che costa sacrifici, questo è fondamentale. In qualunque campo si finisca, poi… senza la cultura mancherebbe il sale della vita.
Comment di Annamaria — Agosto 29, 2008 @ 6:09 am |