Muriel Barbéry: L’eleganza del riccio

Recensione di Carlo Santulli

Il riccio (in francese hérisson), ed anche il riccio di mare (in francese oursin), sono acuminati fuori e morbidi dentro, come dire hanno una pelle ispida, ma dentro sono teneri (il che, nel caso del riccio di mare, giustifica delle acrobazie digitali allo scopo di consumarne l’eterea sostanza). L’esterno del riccio non è casuale: lo ha creato l’evoluzione in un lungo lavorio, e ci sono fior di studi di biologia evolutiva sull’argomento. Sia onore al riccio, dunque.

C’è poi “L’eleganza del riccio”, il romanzo di successo di Muriel Barbéry, professoressa di filosofia quarantenne, che rifugge dalla notorietà e vive in campagna, salvo avere un blog.

È un libro che ricorda certe commedie cinematografiche francesi, che riuscivano a rendere accettabile alla borghesia d’oltralpe qualunque argomento, dall’omosessualità (ricorderete forse “La cage aux folles”, letteralmente “La gabbia di matti” tradotto in italiano, come al solito lubricamente, in “Il vizietto”, e due appropriati e spassosissimi Tognazzi e Serrault), all’adulterio (“Tre uomini e una culla”, piccolo capolavoro di Coline Serreau poi pesantemente imitato in varie occasioni dal cinema americano) ed alla parodia di qualunque istituzione (dalla casta militare a quella politica: ricordate forse il colonnello Buttiglione di Jacques Dufilho).

“L’eleganza del riccio” è, rispetto ai referenti cinematografici precedenti, su un livello assai più alto: tuttavia è tipicamente francese. Non sorprendentemente, sta avendo un successo enorme in Italia, perché noi italiani, benché non sempre entusiasti dei cugini d’oltralpe, tendiamo a guardarli da qualche decennio come i parenti che hanno avuto successo: ce l’hanno avuto, insomma, ma perché noi siamo stati tanto sfortunati (“a me m’ha rovinato la guera” avrebbe detto il grande Petrolini). Il romanzo di Muriel Barbéry è però anche “nostro”; infatti colpisce gli stessi mali che sentiamo sulla nostra pelle: la cultura vista come ostentazione e come una sottoclassificazione del lusso, il finto progressismo di quelli che “fanno vedere” che parlano con la portinaia, invece di rivolgerle semplicemente la parola, e la triste camuffatura da pezzenti, però d’alto bordo, degli adolescenti “bene”, e poi la psicanalisi, gli psicofarmaci, ecc. In breve, descrive la volgarità di questa borghesia arricchita di cui ci vergogniamo un po’, però della quale forse (molti di noi) ambiremmo a far parte, se è vero come sembra che la maggior parte degli italiani dichiara di andare in vacanza e poi, forse, non ci va, il che mi fa anche un po’ tenerezza, perché amo il mio paese (anche le sue debolezze), però, visto da un’altra angolatura, mi spaventa. Nel senso: quel che gli altri pensano è davvero più importante di quel che facciamo veramente?

In più, in questa storia strana e un po’ pazza di Renée, una portinaia filosofa ed amante della letteratura russa e di un’adolescente, Paloma, chiusa ed introversa (anche se piromane in pectore), in un condominio di gente altezzosa e forse un po’ stupida, che finiscono per incontrarsi a causa di un signore giapponese, Ozu, lontano parente di un famoso regista, di cui Renée ha visto tutti i film, c’è quasi una necessaria provocazione (ci torneremo). Fuori, c’è la città (e che città!), ma tutti si accontentano di quello che Paloma definisce “la boccia dei pesci”, tranne appunto Renée, lei stessa, Ozu ed alcune persone un po’ fuori dagli schemi, come la portoghese (di Faro) Manuela, l’(unica) amica di Renée. Beh, c’è anche un barbone, serio come un notabile della Russia zarista, e c’è un’aspirante veterinaria, che porta il peso di un nome ridicolo, Olympe Saint-Nice. Tutti gli altri sguazzano insensibilmente nella “boccia”. Paloma per esempio ha una sorella, Colombe, che frequenta la Normale, cioè si prepara ad insegnare, ma naturalmente è molto trasgressiva, sapete quella maturità espressiva fatta di droghe varie e di spese folli…

Il successo del romanzo, elegante e spiritoso, ma di costruzione molto tradizionale (non che sia necessariamente un difetto, intendiamoci), tranne che per le due voci di Renée e Paloma che si incrociano, dimostra senz’altro che è un’opera che viene al suo tempo giusto, nel momento in cui la sinistra cerca di liberarsi di tutti i suoi vezzi e birignao, ma non per convinzione, più che altro perché l’hanno allontanata dal potere. Momento che è anche quello in cui il fastidio (di destra, di centro e di sinistra) per il diverso che ancora alberga nella nostra civilizzata società occidentale sta venendo fuori a tutta forza, con una mancanza di camuffamenti e perfino di ipocrisia che spaventa. Fastidio che è il primo passo verso il razzismo e la discriminazione.
Così, in questo romanzo per certi versi delicato, dove si riesce a parlare con leggerezza anche di una persona che va al gabinetto, ma senza tacere che ci sta andando (grande lezione di stile, non c’è che dire), non manca una sommessa provocazione, come per dire che in fondo la cultura potrebbe essere patrimonio di tutti, e non sono la filosofia, la musica o le scienze ad essere noiose. I noiosi, ahimé, siamo noi quando facciamo gli intellettuali e gli snob.
Ecco, tutti, anche in Italia, abbiamo visto la crisi del nostro sistema di valori, basato sull’alternanza e la dicotomia di conservatori e progressisti (beh, lo diceva già Giorgio Gaber qualche lustro fa: “Destra e sinistra” mi pare sia del 1984, anche se Gaber l’aggiornava periodicamente), ma pochi cercano davvero la via d’uscita (che personalmente penso sia una vivace multiculturalità basata su valori etici comuni, se mai ci arriveremo), i più si attardano nel rimpianto (avete presente i reduci del ’68?). Sono ancora nella boccia dei pesci, purtroppo ormai l’acqua è inquinata e c’è il rischio che ci sia dimenticati di cambiarla.

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Informazioni su luigi milani

Giornalista freelance, scrittore e traduttore - Italian freelance journalist, translator and writer
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4 risposte a Muriel Barbéry: L’eleganza del riccio

  1. Pingback: L’eleganza del riccio: una recensione « False Percezioni 2.0

  2. Annamaria ha detto:

    Le recensioni di Carlo Santulli sono come sempre realistiche e accattivanti. L’eccezionale maestria d’esposizione delinea i tratti più salienti dell’opera da lui recensita. Siamo tutti nostalgici del passato con le sue pecche che non migliorano al presente. Auguriamoci che non si intorbidisca del tutto la nostra acqua: la speranza non deve mai perire.

  3. melchisedec ha detto:

    Leggo un “giudizio” positivo e concordo sulla sua splendida recensione. Io l’ho letto con entusiasmo e lo rileggerò.
    Tale è stato l’entusiasmo che non sono riuscito a scrivere alcuna riflessione, se non segnalarlo sul mio blog.
    Se lei permette, mi piacerebbe fare un riferimento alla sua recensione nel mio blog.

  4. Luigi ha detto:

    > Se lei permette, mi piacerebbe fare un riferimento alla sua recensione nel mio blog.

    Caro Melchisedec, non solo “permetto”, ma anzi ringrazio di cuore per qualunque riferimento vorrà fare a questa recensione.

    A presto,

    L.

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