Le città invisibili

Lo scorso 31 maggio, a Cagliari, Bruce Sterling, fondatore del movimento Cyberpunk assieme all’amico e collega William Gibson, nonché riconosciuto Maestro di Design, ha tenuto un interessante intervento sul futuro delle città. L’occasione è stata offerta dal Festival dell’ Architettura

Le città invisibili

di Bruce Sterling

La prima cosa utile che un futurista può fare per un architetto, è tentare di convincerlo che esiste più di un «futuro». Il dogma centrale dell’ architettura prevede, infatti, un solo e unico futuro per le costruzioni, che un bravo architetto deve saper comprendere e anticipare. Tutto ciò prende il nome di «modernismo». Laddove quest’ ultimo non è più una scelta vincente (e il modernismo non può mai esserlo), tuttavia, ecco sorgere il modernismo «fallito», o post-modernismo, o retro-modernismo, o super-modernismo. Nessuno dei quali, ancora una volta, risulta vincente. La rinuncia al modernismo sembra lasciarci irrimediabilmente nell’ alto mare della frustrante poltiglia pluralista, dove una struttura vale l’ altra. E questa non può essere, va da sé, una soluzione. (…) Anziché brancolare nel buio in attesa della radiosa visione di un unico, utopistico futuro, dunque, sarebbe meglio concentrarsi sull’ interazione di due grandi forze trainanti dell’ architettura: l’ innovazione tecnica da un lato, la ricchezza dall’ altro. (…) Si tratta di due forze ad intensità variabile. L’ indice di ricchezza può essere basso (povertà) o alto (benessere). Allo stesso modo, si può registrare una scarsa innovazione (ciò che gli architetti definiscono «skeuomorfismo», ossia la diffusione di «forme» aderenti alle rispettive tradizioni culturali) oppure un vero e proprio boom dell’ high-tech. Dall’ interazione di queste forze, dunque, scaturiscono gli scenari futuri: poca ricchezza e poca innovazione; poca ricchezza e molta innovazione; molta ricchezza e poca innovazione; molta ricchezza e molta innovazione. (…) Mondo futuro numero 1. È un mondo con scarsa ricchezza e scarsa innovazione, efficacemente descritto dai titoli che due studiosi di urbanistica americani hanno scelto per i rispettivi libri: Il pianeta degli slum (Feltrinelli, 2006) di Mike Davis e Collasso (Nuovi Mondi Media, 2005) di James Howard Kunstler. La stragrande maggioranza della popolazione terrestre vive già adesso nel «pianeta degli slum». Non stiamo parlando, si badi bene, del mondo del passato: i numerosi abitanti delle favelas, delle bidonville, dei barrios e degli squat conducono una vita assolutamente moderna. Possiedono telefoni cellulari, biciclette, macchine per cucire e antenne satellitari. Frequentano gli Internet café e indossano abiti made in China. Sono poveri, ma «avveniristici» al pari di chiunque altro. Anzi, di più: perché sono più giovani, e più numerosi. La loro è un’ architettura vernacolare, che sfrutta materiali economici come mattoni di amianto, tetti di latta e serbatoi di plastica. Le strade sono senza selciato e senza nome; l’ elettricità è rubata. Vivono in Stati-nazione «falliti». E quando possono, emigrano. Sarebbero ben lieti di ingaggiare architetti, se soltanto potessero permetterseli. Purtroppo, restano in fondo alla piramide della ricchezza del pianeta. Rappresentano un’ immensa comunità di consumatori, i cui bisogni restano insoddisfatti. Mondo futuro numero 2. In questo caso c’ è scarsa ricchezza, ma alta innovazione. Anche i poveri possono essere innovatori? Sì che possono, e infatti vivono in quello che possiamo definire il «mondo di Pudong» (l’ avveniristico distretto di Shanghai). La Cina è un Paese povero, eppure si sta trasformando a ritmi impressionanti. Il Grande Balzo in Avanti di Mao Zedong, in confronto, ricorda un’ Olimpiade in carrozzella. I superstiti della Banda dei Quattro, dal canto loro, riescono sempre meno a comprendere il mondo dei loro figli. Qui l’ architettura è innovativa, ma di cattiva qualità. È il mondo delle sfavillanti città di cartapesta, tirate su in fretta e furia. E che, se colpite da un terremoto, si sbriciolano annientando i loro abitanti. Le nuove città cinesi sono avvolte da smog, sostanze tossiche, rumori. Non dureranno a lungo. Quando i giovani inquilini dei loro grattacieli saranno invecchiati, sicuramente già cadranno a pezzi. C’ è un mondo povero, ma fortemente innovativo, che sta tamponando le falle. Fa di tutto per attraversare un fiume in piena, saltando da una roccia all’ altra. L’ architettura gioca un ruolo ben preciso in questo mondo-tappabuchi: può fare la differenza tra la vita e la morte. Ma deve riuscire ad afferrare la situazione, familiarizzare con essa, non auto-imporsi. Quello di Shanghai-Pudong è un mondo radicalmente avveniristico, slegato dai vecchi canoni dell’ architettura almeno quanto è lontano dai polverosi dogmi del marxismo-leninismo. Mondo futuro numero 3. È un mondo con molta ricchezza e poca innovazione. Sebbene possa investire fior di denaro nell’ architettura, è rimasto fondamentalmente indietro. Non è difficile indovinarlo: si chiama «Petrocrazia». È il mondo, insomma, degli odierni baroni del petrolio. Qui le stelle dell’ architettura hanno un gran daffare. I «petrocrati» commissionano ormai da decenni super-edifici di prestigio. Le «Petronas Twin Towers» in Malaysia, frutto di un’ ardimentosa progettazione e di una non troppo mirabile realizzazione, ne erano fino a poco tempo fa il più illustre esempio. Nessuno descriverebbe la Malaysia come un Paese particolarmente innovativo, eppure le sue torri sono state, dal 1998 al 2004, le costruzioni più alte al mondo. Oggi, assistiamo a un caotico proliferare di edifici colossali, finanziati con i proventi del petrolio. (…) La Russia affonda nell’ oro nero, e può ingaggiare qualsiasi architetto si arrischi a lavorare in quel Paese. Fiumi di denaro si riversano nei Paesi ricchi di risorse energetiche. I quali, tuttavia, non rincorrono l’ innovazione. Al contrario, quando conoscono un improvviso exploit di ricchezza tendono a contrarre il virus economico noto come «sindrome olandese», degenerando in una completa ottusità. La gran parte dei Paesi produttori di petrolio copre aree disperate, corrotte, instabili, radicalizzate: Iraq, Nigeria, Venezuela, Libia, Angola Sudan, Siria e Gabon sono in condizioni così drammatiche da suscitare addirittura l’ ostracismo dell’ Opec.Sì, essere ricchi e retrogradi è senz’ altro una maledizione. Ecco infine l’ ultimo scenario: ricchezza e forte innovazione. È naturale che, ipotizzando tanti mondi futuri, ci si imbatta in uno scenario particolarmente difficile da immaginare e descrivere. Ma è proprio questo, in genere, il «futuro» più utile tra tutti, giacché ci costringe a prendere di petto questioni altrimenti trascurate. Il mondo della ricchezza e dell’ innovazione può essere definito «post-ecologista». Qualsiasi architetto che, nel 2008, si trovi ad esercitare la professione avrà sentito parlare a lungo dell’ architettura «verde». Un fenomeno che, oggi, va particolarmente di moda. Tutti sanno, d’ altro canto, che l’ architettura sostenibile è il nostro futuro: persino alcuni grattacieli nei Paesi arabi del Golfo sono dotati di turbine per l’ energia eolica. L’ architettura «verde» sfrutta l’ energia solare, non produce rifiuti tossici, utilizza componenti pre-fabbricati o elaborati elettronicamente. I metodi di progettazione rispettano tutti i requisiti di piena integrazione, secondo un approccio olistico a livello architettonico (whole-building) e di pianificazione (whole-lifetime). Utilizzando materiali riciclabili, l’ impatto ambientale si riduce al minimo e le costruzioni si adeguano alla fascia più alta (platinum) del sistema di certificazione Leed (Leadership in Energy and Environmental Design). È un’ architettura che soddisfa in pieno le 3 Componenti e le 4 Condizioni di sistema dell’ organizzazione «Natural Step». Così come, naturalmente, i 10 principi-guida del programma “One-Planet Living”, i “3 requisiti di solidarietà” del Wwf, i “10 principi di governance della città sostenibile” dell’ Agenda di Copenhagen e i “10 principi” di Hannover. Elenco tutte queste iniziative non per ridicolizzarle, bensì al fine di convincervi che, prima o poi, diverranno la norma. Quando ogni edificio sarà costruito secondo criteri eco-compatibili, l’ idea di un’ architettura «verde» non potrà che estinguersi. Una costruzione può dirsi «verde», infatti, soltanto se in forte contrasto con un’ altra non sostenibile e, mettiamo, «marrone». Se immaginiamo una società «verde» e high-tech – dunque estremamente ricca e allo stesso tempo eco-sostenibile -, e ci mettiamo alla ricerca del modello corrispondente sulla «mappa dell’ architettura», ecco che scopriamo un incredibile spazio vuoto. Nessuno ha fatto i conti con una società post-ecologista, dove il verde non rappresenti più un problema. Una società senza più crisi climatiche, né demografiche, né idriche, né energetiche. Senza guerre del petrolio, e senza petrolio… Nessuno ha una chiara idea di come possa essere un mondo del genere, né di quali edifici sarà popolato. Possiamo appena scorgerne l’ esile ombra. Ma non riusciremo mai varcarne la soglia, finché nessuno penserà a costruirlo.

(Traduzione di Enrico Del Sero, © Corriere della Sera)

About luigi milani

Giornalista freelance, scrittore e traduttore - Italian freelance journalist, translator and writer
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