di Katia Ciarrocchi

Syd era un corpulento anziano signore che viveva solo in una casetta sperduta da qualche parte nella verde Inghilterra. Nel silenzio della sua stanza tesseva fili d’arazzo. Non c’erano attese, non c’erano speranze, se non nel tempo della noia e della malinconia, nell’angoscia delle esperienze psicotiche al tempo della pittura, dove nel cielo color indaco il sole del tramonto era basso all’orizzonte: cammini frastagliati della sofferenza di una vita psico-pato-logica.
Chissà dove vagava la sua mente ora. Era tutto confuso, nel flashback fatto del tessuto ovattato ed evanescente dei sogni, o delle azioni compiute da svegli: il trascorso era qualcosa da afferrare, sollevare e poi lasciare andare, per rimanere stretti a quel senso di gelo che mai lo abbandonò.
Forse un tempo felice lo fu, forse proprio quel giorno che con sguardo fiero e sprezzante, la chitarra in mano, montava il cavallo nero e correva privo di peso attraversando lo spazio e il tempo tra pareti della mente.
Forse, quando compose l’acrostico universale; tratto cromatico di luci nelle note colorate.
Syd era un fiore variopinto simile a nessun altro fiore. I suoi petali, di una delicatezza indicibile, inondarono il mondo di luci psicadeliche. Il suo corpo ondulava in assonanza con le note che segnarono l’inizio di una nuova era.
Syd era nero e brillante, sembrava formato da migliaia e migliaia di formiche. Se lo stavano divorando con lentezza agonizzante. Una graduale scomparsa, quegli incantevoli petali, inghiottiti da un male insidioso. ”Lasciati andare, non lottare”.
Dissolvente interno, che scompone il corpo in tante piccole particelle, mentre precipitano verso il centro dell’oggetto oscuro, la mente spogliata del proprio ego e della propria vita, ma anche della propria morte.
Si ritrovò padrone nella luce bianca. Morto e rinato, la gioia era pura e sacra. I polmoni traboccavano del canto esultante dell’essere. Tutto era vita e unità, sconfinato, era l’amore. Forse vide Dio e il demonio e tutti i santi e conobbe la verità. Viaggiò nel cosmo, oltre ogni limite, libero di nuotare nella radiosità beatifica delle visioni celesti. O nei meandri degli abissi più profondi dove lo inghiottirono la demenza, tra quattro mura e camici bianchi. Fu la fine di un uomo, ma il mito nel silenzio continuò a vivere.
La follia è sempre stata in bilico tra il silenzio del delirio.
L’anticamera dell’alienazione, la sala d’attesa di quel luogo in cui una volta la figura del buffone, nel teatro della vita, divulgava una parola “irresponsabile”, ma che ha il privilegio di una vista acuta e inaudita.
Syd, un ragazzo tra la folla, un concerto di Bob Dylan, un regalo di sua madre, una chitarra: amica -nemica.
L’inizio della fina.
Cala il sipario: è silenzio.
Ora fragile uomo calvo sei eterno nei movimenti orchestrati di accordi nella luce. Estensione naturale, elemento umano, di quelle immagini liquide.
Splendi Diamante pazzo, splendi stella nella notte.

Remember when you were young, you shone like the sun.
Shine on you crazy diamond.
Now there’s a look in your eyes, like black holes in the sky.
Shine on you crazy diamond.
You were caught on the cross fire of childhood and stardom,
blown on the steel breeze.
Come on you target for faraway laughter, come on you stranger,
you legend, you martyr, and shine!

You reached for the secret too soon, you cried for the moon.
Shine on you crazy diamond.
Threatened by shadows at night, and exposed in the light.
Shine on you crazy diamond.
Well you wore out your welcome with random precision,
rode on the steel breeze.
Come on you raver, you seer of visions, come on you painter,
you piper, you prisoner, and shine!

(Shine On You Crazy Diamond, © Gilmour, Waters, Wright)

Un Commento

  1. spillage says : I absolutely agree with this !


One Trackback/Pingback

  1. Syd Barrett « False Percezioni 2.0 su 17 Mag 2008 alle 10:25 pm

    [...] Un omaggio struggente al Diamante Pazzo dei Pink Floyd, Syd Barrett, sotto forma di racconto. Qui. [...]

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