recensione di Carlo Santulli

Atomico dandy di Piersandro Pallavicini è un romanzo interessante, uscito qualche anno fa, già recensito, tra gli altri, da Tullio Avoledo sul “Il giornale”, e, più modestamente, ma più vicino a noi, da Enrico Pietrangeli su Progetto Babele, molto pieno di brio e con caratteristiche del tutto insolite per un libro di narrativa italiana: per esempio vi si parla della vita in una città universitaria, anzi in due, Pavia e Pisa, in modo piuttosto credibile e questo è già sorprendente. Poi, si respira un’aria diversa, e c’è una certa volontà di narrazione: non si tratta di avere delle pedine da muovere, per arrivare alla fine, anzi Pallavicini si muove con una certa eleganza tra vari piani narrativi e temporali, e non sembra avere paura di perdere il filo del discorso: in effetti “Atomico dandy” si segue bene fino in fondo, e questo è già un notevole pregio. Poi, non è, grazie al cielo, un esempio di letteratura ombelicale italiana, quella con un endoscopio puntato verso la pancia (o varie pance): si narra, ci si muove, si cerca di creare una certa affezione del lettore verso la storia, per strana e sopra le righe che sia. Alla fine, è compito dello scrittore cercare di avvincere, proprio nel senso di legare (possibilmente non in modo forzoso…) il lettore alla sua storia, e Pallavicini non c’è dubbio ci riesca, anche se la struttura del romanzo è insolita, molto “semi-spontanea” in certo senso. È costruita per scene, ma mai episodica, e neppure si stressa più di tanto a cercare di vedere cos’essenziale e tagliare cosa non lo è, come tanta letteratura di consumo, anche a livello mondiale, fa (questo pone un problema molto interessante, se cioè esista qualcosa di essenziale in letteratura: se ci limitiamo alla “trama”, molti romanzi, non solo classici, si potrebbero concludere in venti o trenta pagine…).
Vittorio Nuvolani, un ricercatore, anzi un chimico, che scopre un computer con chip molecolari, invece che di silicio. Incidentalmente, o forse no, Vittorio è bisessuale e non se ne rende conto per un certo tempo, il che è forse una, ma non l’unica causa, del suo sostanziale insuccesso con le donne. Gliene capitano tre che più diverse non possono essere, un’esile ragazza, Cristina, destinata forse ad una vocazione religiosa più che ad un matrimonio, una studentessa pisana comunista, un po’ troppo abbondante, ma coinvolgente, Stefania, e Roberta, bellissima e di Voghera (dove evidentemente non ci sono solo casalinghe…), che Vittorio sposa. E ci sono poi una miriade di personaggi: il professor Sormani, già relatore di Vittorio, al limite della pensione che vuol tenere in vita a tutti i costi un reattore nucleare che ormai è solo un peso, ed ha un segreto, il sardo rivoluzionario Gavino, che ne ha un altro, e…un certo numero di africani, dai quali Vittorio è ossessionato, proprio nel senso delle prestazioni sessuali, come è ossessionato dall’AIDS, dalla sieropositività insomma, il che fa molto anni ‘80, come il costante riferimento a Chernobyl, allo iodio 131, ma anche alla leggenda metropolitana padana dei biscioni che escono dal lavabo (o erano i coccodrilli che uscivano dalla doccia?)…
È un romanzo che ho letto con piacere, ed alcune pagine sono assolutamente esilaranti, come quando Vittorio penetra al collegio “Maria Goretti”, finendo in camera con Cristina, che è terrorizzata e viene cacciata dal collegio stesso (capirete, un internato di suore…): in sé la vicenda dell’uomo in collegio non è nuova, anzi è un topos da pochade ottocentesca, ma viene raccontata con uno stile ed una motivazione abbastanza inconsuete nel panorama, appunto ombelicale, della nostra letteratura. Pallavicini, che nella vita non è “solo” uno scrittore, anche se ha lunghe frequentazioni di riviste letterarie, anche on-line, ma un ricercatore universitario in chimica, e lavora a Pavia (appunto), forse proprio per questo con forza e senza esitazioni prende in mano la storia ed impugna i personaggi, descrivendoli, dando loro motivazioni, non lasciandoci vagare incerti a chiederci perché la storia (che è costruita su tre piani temporali sovrapposti, gli anni ‘80, il 2002, il 2009) si evolva in un modo invece che in un altro, prescindendo dai motivi commerciali, e dalla gabbia del policamente corretto. Non teorizza, racconta, non sembra si preoccupi di appartenere ad un genere (ci sono più generi che romanzi ormai), ma agire un po’ fantasiosamente sull’ambito che più gli è noto. C’è sesso, sì, che è, come dicevo, una delle ossessioni del protagonista, ma non c’è mai morbosità, né ci sono notazioni oziose nell’economia del romanzo, tanto che i personaggi si ricordano, e sono tutt’altro che macchiette, specie quelli femminili, e sono assolutamente realistici, anche quando agiscono in modo pazzesco ed incoerente. Ed è interessante notare, secondo me, che non c’è morbosità né si trovano strascicature alla Veronesi, proprio perché Pallavicini preferisce guardarsi intorno, che guardarsi allo specchio. E mi piace anche molto che l’autore non faccia il moralista, che non inneggi all’apocalissi prossima ventura. Per esempio, sentivo proprio oggi una tipa alla radio che diceva che, dal tempo (1986) che Zucchero cantava “Non c’è più rispetto” (e Nuvolani si laureava…), c’è sempre meno rispetto al mondo (a parte che il titolo della canzone del buon Fornaciari derivava da “Respect” di Aretha Franklin e poi si riferiva, in ogni modo, ad un rapporto personale e non ad una crisi cosmologica), mi chiedo dove la tipa della radio aveva tratto questa brillante conclusione (Come si misura il rispetto? In quali unità? E poi: rispetto per chi?). Ecco, ho comprato “Atomico dandy” con la speranza di tuffarmi in una storia senza profezie di sventura né moralismi ogni tre righe ed anche senza finti cinismi che sono poi moralismi rivoltati. In questo sono stato esaudito.
Questo romanzo, occorre dirlo, non ha avuto il successo che la capacità descrittiva e strutturale, anche nella fusione dei diversi piani narrativi, di Pallavicini avrebbe meritato. Non ha neanche avuto, a quel che mi consta, grandi premi letterari: sì, è vero, è uscito da Feltrinelli, ma con delle note di copertina un po’ fuorvianti, a quel che mi sembra, che descrivono, più che questo romanzo, la sceneggiatura di un film ibrido (ed improbabile), qualcosa in una terra di confine, credo deserta, tra Nanni Moretti e Pino Quartullo. Nello specifico le note parlano di un quarantenne, intelligente, di sinistra, ma non accennano (per esempio) al fatto che il Vittorio del romanzo nascesse in realtà fascista né alla sua ossessione per i rapporti a tre (probabilmente pensando che né l’una né l’altra cosa facciano vendere, almeno tra i clienti di Feltrinelli). Invece, la quarta di copertina parla di una generica schiavitù, ma descrive Nuvolani nel complesso come un personaggio brillante e privo di chiaroscuri, mentre io trovo che tutta la sua vita sia un grottesco tentativo di trovare la propria identità, politica, sessuale e di ricercatore, una specie di romanzo di formazione a strappi e saltelli, come le vere formazioni nella vita sono.
Imbarazzata, e francamente un po’ fuori luogo, ma umanamente comprensibile in questo nostro strano paese, che tende ad un curioso ma feroce moralismo di ritorno, molto più ipocrita e fasullo di quello degli anni ‘50, la nota finale dell’autore, che vuole precisare di non essere Vittorio, pur essendo ricercatore universitario ed aver lavorato a Pavia e Pisa. Un bel problema, in effetti, scrivere narrativa in Italia, cercando di alzare lo sguardo dal proprio ombelico. Certo, la nota autobiografica è evidente, e, in caso di concorso universitario, non è detto che aver scritto un romanzo un po’ fuori dalle righe e anche dalla pagina come questo, rappresenti un’attenuante, quindi posso capire che sia meglio premunirsi, ed in questo (da ricercatore) sono solidale con Pallavicini. Tuttavia, questa è l’ennesima stortura italiana: se il romanzo scorre, si fa apprezzare, anzi fa desiderare un seguito (credo incidentalmente che molti uomini vorrebbero conoscere una come Roberta Villa, moglie del Nuvolani), cosa importa quanto della biografia dell’autore vi si soprapponga?
Un buon motivo per riparlare di questo romanzo del 2005, è che mi sembra spieghi a priori perché la sinistra avrebbe perso in Italia nel 2008 (anche se non è il suo scopo, evidentemente). Vittorio scopre a sue spese che ad essere di sinistra non c’è più nulla di catartico, di travolgente, come pensava (le motivazioni della sua scelta di campo sono più confuse in effetti, ancora un po’ adolescenziali, tipo quando si frequenta il tal posto perché ci va la ragazza/il ragazzo che ci interessa), ma si sforza di credere che questo cambierà la sua vita. Ed in effetti la sua vita cambia, se non altro perché si sposa e fa carriera, ma essere di sinistra diventa un po’ la conditio sine qua non per essere accettati in società, non una scelta di campo, ma quasi un prezzo da pagare, il pegno di sentirsi superiori, per avere la Jaguar del modello giusto, gli incontri intimi a tre, i vestiti di un certo gusto, molto da dandy appunto, e così via. È un ragionamento contorto, ben poco progressista, ma è Vittorio stesso che è vittima ed artefice di se stesso, ed è per questo che è un personaggio che rimane impresso, e il suo essere di sinistra è un po’ come il suo essere fascista: incerto, confuso, e pieno di ossessioni. Non dico che la sinistra italiana, o l’Italia in genere, sia piena di Nuvolani, ma la sua fantastica incoerenza e trasversalità è un rischio, che a volte fa tenerezza a volte mette rabbia: forse ci stiamo nuvolanizzando, abbiamo sì una scala di valori, ma è quella antincendio che ci serve per riportarci sani e salvi al pianoterra prima che sia troppo tardi. Non è però l’apocalisse: è che siamo un po’ piagnoni da queste parti (scusate, mi è scappato).

2 Commenti

  1. Volevo sapere come fare per mandare al tuo blog la segnalazione di una nuova pubblicazione

  2. Ciao Monica, puoi scrivere a luigimilan|at|alice.it.

    A presto,

    LM


2 Trackbacks/Pingbacks

  1. Fabio Cruciani dot It - Il blog del CRUCIO su 18 Mag 2008 alle 9:23 am

    1st May – The Heroes of Chernobyl…

    …gli eroi di Chernobyl……

  2. [...] Dandy, Carlo Santulli, Feltrinelli, Piersandro Pallavicini, recensione, scrittori Ho trovato questa recensione, a cura di un amico di questo blog, del romanzo “Atomico Dandy” di Piersandro [...]

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