Danilo Arona, classe 1950, è giornalista, scrittore, musicista, ma anche ricercatore sul campo di “storie ai confini della realtà”, critico cinematografico e letterario, instancabile nomade editoriale e molto altro ancora. Ha scritto un profluvio di articoli su giornali locali, riviste varie, saggi sul cinema horror e fantastico e sul Lato Oscuro della Realtà. Collabora alle riviste online “Carmilla”, diretta da Valerio Evangelisti, e a “Horror.IT” di Andrea G. Colombo. Ha pubblicato più libri di quanti riesca a ricordarne il curatore di questo sito. L’ultimo, assolutamente da non perdere, è Santanta, un piccolo gioiello. Ringrazio Danilo per il racconto che state per leggere.

Io sono un vampiroide

Più o meno sui trent’anni, assomiglia vagamente a Enrico Ghezzi. È piuttosto curvo e bruttarello, sempre in giro da solo e sempre di notte. Lo vedi spesso al cinema, ma anche in qualche pub o birreria naturalmente in disparte. È pallidissimo, predilige abiti dai colori scuri e si trova ad un passo da quella condizione che in provincia ti relega al rango di “iettatore”. Pochi conoscono la sua voce, ma lui parla. E una notte, ad un’ora assolutamente folle, parla con me e mi dice cose sorprendenti.
“La luce mi fa male. Non mi piacciono le croci e vomito a sentire la puzza dell’aglio. Quando mi hanno battezzato da piccolo, hanno dovuto portarmi al pronto soccorso perché l’acqua santa mi aveva provocato delle bruciature. I vampiri non esistono, lo so. Ma io cosa sono, allora? Ah, naturalmente mi piace molto la carne al sangue e mia nonna mi ha allevato a sanguinaccio”.
È uno scherzo? Per niente. Anche perché, più m’inoltro in un dialogo un po’ surreale, più scopro che l’uomo sa quasi tutto su Dracula e affini. E allora sussiste un legittimo sospetto di eccessiva e inconscia identificazione con i propri personaggi preferiti. Ma ne sa più di me? No. Ad esempio, non conosce le teorie dell’avvocatessa scrittrice di Washington Elisabeth Campos sui “vampiroidi”, persone che possono essere considerati vampiri a tutti gli effetti e che, a differenza dei loro modelli più celebri, esistono veramente soprattutto nella casistica giudiziaria. Secondo la Campos, questi personaggi s’immaginano di essere dei veri vampiri. Non escono mai di giorno, temono fortemente l’acqua benedetta e il simbolo della croce e bevono generalmente il sangue degli animali. In mancanza di quest’ultimo, può accadere che giungano a bere anche il proprio sangue. Si tratta di emarginati che in genere non si sentono accettati dalla società e sono di solito inoffensivi, a differenza di certi famosi assassini seriali come “il vampiro di Dusseldorf” o “il vampiro di Sacramento” che, patologicamente disturbati e sessualmente deviati, ingurgitavano il sangue delle proprie vittime.
Naturalmente mi guardo bene di svelare all’amico che secondo la signora Campos lui è un “vampiroide”. Il termine non è assolutamente gradevole e rimanda a qualche grave sindrome mentale, ben lontana dal sinistro e romantico fascino dei succhiatori di plasma. E allora chiedo all’uomo (che lì per lì mi sembra un po’ sul depresso) se ha intenzione di far qualcosa per rimediare a questa sua condizione che non mi sembra il massimo, soprattutto per quel che riguarda le relazioni sociali.
“Sì, mi piacerebbe partecipare a una messa nera” è la sorprendente risposta “Sa, di quelle in cui si fa fuori qualche animale e poi tutti si beve un po’ del suo sangue. Non roba con vergini da possedere perché forse non ci mastico molto. Mi accontenterei di qualche rito in comune di tanto in tanto. Ha presente una storia sul genere ‘grolla dell’amicizia’? Uno che mi passa l’animaletto ancora caldo e io tiro la mia razione dalla ferita. Sì, mi piacerebbe. Ma come si fa? Non conosco nessuno di quei giri lì”.
Certo, la grolla dell’amicizia… E perché non il mitico spinello degli anni Sessanta, quando una trentina di bocche aspiravano voluttuosamente catrame, marocchini neri e libanesi speziati, alla ricerca dell’estasi mistica e dell’orgasmo psichedelico? Niente di tutto ciò. La massima aspirazione del nostro vampiroide è un gattino sgozzato da passarsi come una cicca d’erba o una tazza di vin brulé. Avete letto bene.
“Comunque mi piace molto vivere la notte” mi dice con aria conclusiva “Anche se me ne sto sempre da solo, mi sento bene. Guardo la gente e vado al cinema. Di giorno non mi sarebbe possibile. Arrivederci”.
Il vampiroide si allontana. Curvo, le mani in tasca e lo sguardo tristo e un po’ cadaverico, si mescola ai normali notturni che di lui nulla sanno. Capperi, e se fosse affetto dalla porfiria , quella rara malattia che comporta deficienza di ferro nel sangue, i cui sintomi esteriori sono molto simili a quelli del vampirismo letterario e cinematografico, tipo colorito pallido e paura della luce, e la cui terapia si basa sull’assunzione di ferro e di sangue umano? Accidenti, non sarebbe più un mistero di provincia, ma un normale, anche se raro, caso clinico. Ma forse molti misteri, grandi e piccoli, della nostra epoca, sono esattamente questo: casi clinici, da depressione e solitudine, da ignoranza e malattia. E allora? Molto meglio Dracula, senza dubbio.

Danilo Arona.

Un Commento

  1. Letto. Posso essere sincera? Non mi ha trasmesso nulla.
    Laura


One Trackback/Pingback

  1. [...] “Io sono un vampiroide” è un racconto molto divertente scritto da Danilo Arona; giornalista, scrittore, musicista che recentemente ha pubblicato “Santanta“, la sua ultima fatica. [...]

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