Nato a Bologna nel 1972, Glauco Silvestri ha esordito nel 1997 con Cometa, primo libro di una trilogia di fantascienza, pubblicato come premio di un concorso letterario promosso dalla Get Editrice. In seguito alcuni suoi racconti sono apparsi su varie antologie. Il suo ultimo romanzo è 31 ottobre.
Introduzione dell’autore
Correva l’anno 1997. Da poco tempo era terminata la guerra civile in Iugoslavia. In quel periodo, la città di Sarajevo aveva dovuto sopportare un assedio durato ben tre anni, dal 1992 a 1995. Io, quando la guerra era scoppiata, avevo appena finito le superiori e avevo appena cominciato a “fare sul serio” con la scrittura. Avevo appena cominciato il mio primo romanzo e già sul mio computer si affollavano decine di racconti. In quel periodo cominciava ad esplodere lo scandalo dei proiettili con l’uranio impoverito. Terribili contro le corazze avversarie e, allo stesso tempo, micidiali anche per la salute dei soldati che le sparavano. In pratica, l’argomento ‘Bosnia’ era sulla bocca di tutti. E io sentivo la necessità di scrivere una storia legata a quell’argomento. Ho voluto, però, affrontare l’argomento con occhi diversi e, l’idea di proiettare una famiglia innocente nel bel mezzo di quella guerra, è nata quasi casualmente chiacchierando con un mio amico, un musicista, o aspirante tale. Così è nato Sogna Sarajevo.
Sogna Sarajevo
I raggi del sole scendevano sulla terra con l’irruenza di un giovane alle ricerca di avventura, oltrepassavano le nubi bianco latte che macchiavano uno splendido cielo azzurro primaverile e si tuffavano sulla piccola giardinetta come un occhio di bue sul palco di un teatro lirico.
La vettura si muoveva stancamente lungo la strada asfaltata piena di curve. Schivava i grossi picchi di montagna ruggendo di fatica mentre nel cielo sereno dei piccoli passerotti volavano in formazione alla ricerca di nuovo cibo.
«Guarda papà,» diceva la piccola Lucia indicando gli uccelli «guarda gli uccellini.»
«Papà, papà!» diceva intanto Massimo «Michele ha sbrodolato sul sedile.»
«Caro,» s’inseriva nel frattempo la moglie «penso che abbiamo sbagliato strada, sai?» annunciava con voce allarmata maneggiando la cartina «Dovevamo svoltare qui, prima dell’incrocio.»
Il povero Giacomo non sapeva che pesci pigliare, da una parte i figli, dall’altra la moglie, ed infine c’erano quelle strade maledette senza nemmeno una indicazione. Guidava nervosamente nel bel mezzo di un paesaggio idilliaco. I grilli cantavano allegramente nei prati a pochi metri della strada. I cervi si avvicinavano al confine della foresta incuriositi dal rumore della vettura e un debole venticello accarezzava i primi fiori che sbocciavano per salutare il sole.
«Papà, papà.» insisteva Massimo «quand’è che ci fermiamo? Mi scappa.»
«Anche a me.» si inseriva per solidarietà la piccola.
«Giacomo,» si aggiungeva la moglie «Michele ha bisogno di fermarsi un attimo.»
Nel frattempo la macchina imbucava una galleria. Il buio si sostituì al giorno soleggiato ed i fari del veicolo si accesero all’unisono.
«Papà, quand’è che ti fermi?»
«Dai papà, mi scappa!»
«Non posso, adesso.» diceva con sconforto il padre «Siamo in galleria.»
«Dai caro,» diceva intanto la moglie «non innervosirti. Sono piccoli.»
«Uff,» sbuffava il marito «Accidenti a quando mi è venuta l’idea della gita.
«Ecco l’uscita!» gridò Lucia saltando sul sedile.
Un piccolo semicerchio di luce bianchissima si avvicinava a novanta chilometri l’ora.
«State buone,» diceva intanto Marisa, la moglie «non disturbate papà.»
L’auto sbucò all’improvviso su di un ponte sospeso.
«Wow!» esclamò Massimo «Quanto siamo alti, papà? Mille metri?»
Giacomo sbuffò di nuovo «Saranno sessanta» disse di malavoglia. Erano quattro ore che guidava senza interruzione. Le urla gioiose dei bambini, che all’inizio avevano riempito di allegria il viaggio, ora sembravano il ronzio fastidioso delle zanzare attorno alle orecchie. Forse sentiva il bisogno di fermarsi anche lui. Una sosta, magari nel verde, poteva forse aiutarlo a rilassarsi ma sapeva già che, in realtà, non avrebbe avuto nemmeno un minuto libero. Già si immaginava a correre dietro a Massimo mentre si allontanava dall’auto giocando all’aereo. Lucia gli avrebbe chiesto di fare un giro sulle spalle e Marisa non avrebbe potuto aiutarlo. Doveva cambiare il piccolo Michele, poverina.
«Dio mio,» pensò «chi me l’ha fatto fare di sposarmi. Stavo così bene prima.»
La vettura si muoveva sobbalzando sulle giunture del ponte mentre Massimo imitava il suono proveniente dalle sospensioni «Tutum» urlava nelle orecchie del padre «Tutum arriva il treno!»
«Basta,» pensava Giacomo «non ce la faccio proprio…»
Al termine del ponte compariva un altro tunnel. Cinque chilometri, diceva il cartello. L’auto entrò nel buio assoluto per la seconda volta. I fari si accesero sotto il comando dell’autista.
«Caro, quand’è che ci fermiamo? Lucia non ce la fa più.»
«Non appena incontriamo un area di sosta, cara.»
«Fai presto, però.»
«Fare presto?» pensò Giacomo «e come faccio. Mica l’ho costruita io questa strada!»
Di nuovo la luce salutò la giardinetta. Un nuovo ponte si presentava sotto le ruote dell’auto. Ancora un maledetto ponte.
«Caro.»
«Si, si. Lo so! Lucia non ce la fa più.»
«Papà?»
«Perché non ti fermi?»
«Basta!» gridò Giacomo. «La volete smettere una buona volta?»
«Ma,» disse la moglie offesa «che ti prende? Ti sembra il modo?»
«Si!» interruppe lui «Sono quattro ore che mi urlate nelle orecchie. Non ce la faccio più.»
«E poi,» insistette lui «mi spieghi dove posso fermarmi, eh? Visto che sei così ansiosa me lo vuoi dire tu? Ci sono solo tunnel e ponti su questa cazzo di strada.»
«Papà? Cosa vuol dire Cazzo?» chiese con innocenza Massimo.
«Papà è arrabbiato, adesso. È meglio che non lo disturbi.»
«Ecco, brava.» disse Giacomo «Falli stare un po’ zitti. Non ce la faccio più» ripeté.
«Non ti avevo mai visto in questo stato» rimproverò la moglie «non dovresti prendertela con i piccoli.»
«Uff.»
Il silenzio riempì l’abitacolo della vettura. Massimo si era zittito dopo il rimprovero dei suoi genitori. Lucia era impegnata a tenere i propri bisogni mentre il piccolo Michele si era addormentato, finalmente, nel suo seggiolino. Marisa era voltata verso il finestrino, osservava lo spettacolo del paesaggio visto dall’alto del ponte.
Finalmente, Giacomo poteva guidare in piena tranquillità, senza il continuo vociare nelle sue orecchie, a lottare solitario contro il mal di testa pulsante che lo tormentava da ormai un paio d’ore. Poi, all’improvviso, l’ennesimo tunnel. La vettura entrò affrontando l’oscurità alla velocità di crociera. Per qualche istante gli occhi di Giacomo rimasero accecati per il salto di luminosità. Senza esitazione, però, avendo fiducia che nulla fosse davanti a lui, proseguì senza rallentare.
A fargli premere il pedale del freno fu l’urlo della moglie. L’auto inchiodò sull’asfalto rumorosamente. Sbandò prima a destra, poi a sinistra, per fermarsi, alla fine, a pochi millimetri dal paraurti dell’auto ferma davanti a loro.
«Ma ti sei ammattito?» gridò la donna «Non avevi visto le luci lampeggianti all’ingresso? Volevi forse ammazzarci tutti?»
«Magari» pensò per un attimo Giacomo «Non l’avevo visto ti giuro» disse invece alla moglie.
«Non l’avevi visto? Cosa stavi guardando, il paesaggio?»
«No, no» cercò di scusarsi «È stato il cambio di luce ero abbagliato e non l’ho visto proprio.»
«Si, si» disse Marisa voltandosi per occuparsi dei bambini «State bene voi?» chiese.
Lucia e Michele stavano piangendo come fontane. Le urla dei due bambini più piccoli riempivano di nuovo l’abitacolo.
«Wow, che frenata!» esclamava intanto Massimo «Sei grande papà!»
«Che cazzo succede? Perché quell’imbecille non si muove?»
«Guarda che c’è stato un incidente» Lucia e Michele si erano finalmente calmati. Marisa si era rimessa a sedere su sedile ed osservava quello che stava accadendo poco più avanti «Stanno risalendo in auto» commentava al marito «Forse si riparte.»
«Era ora.»
«Senti,» disse Marisa «non appena usciamo dal tunnel ci fermiamo, ok?»
«Ok.» annuì Giacomo «a meno che non ci sia un altro ponte.»
«Fermati alla prima piazzola che incontri,» disse spazientita la moglie «va bene?»
«Va bene,» disse Giacomo «va bene.»
Le auto si rimisero in cammino. Il traffico cominciò a muoversi lentamente lungo una sola corsia mentre, nel bel mezzo della galleria, c’era un piccolo furgone in fiamme. Accanto ad esso, vicino ad un telefono dei soccorsi, un uomo era seduto e si teneva la testa con le mani.
«Quell’uomo deve essere disperato.»
«Lo sarei anche io se mi capitasse una cosa del genere.» Rispose acido il marito «Quel furgone costerà più di cento milioni.»
«Non ci pensi alla salute? Perché voi uomini dovete sempre essere così materiali?»
«Perché quell’uomo non si è fatto niente. Quando fai un incidente, prima pensi a te stesso poi, se stai bene, pensi ai soldi che hai perso.»
«Papà,» chiese dubbiosa la piccola Lucia «perché il camion bruciava?»
«Non lo so, piccola.» rispose «Deve essersi guastato.»
«Anche la nostra macchina può bruciare?»
«No, non può.»
«Si, si.» disse Massimo con sadismo «Anche noi possiamo bruciare.»
«No!» esclamò il padre «A noi non può capitare.»
«Perché?»
«Perché la macchina è a posto. L’ho controllata stamattina prima di partire» mentì.
«Si, a fuoco! A fuoco!» continuava Massimo «A fuoco!»
«Fallo smettere.» disse Giacomo a sua moglie. «Oggi proprio non lo sopporto.»
«Max, ti prego.» disse Marisa «Smettila di dire certe sciocchezze. Non sta bene.»
«Si, non sta bene» sbuffò Giacomo sottovoce «Se non la smetti ti do due…»
Marisa vide il marito girarsi verso il figlio mostrando il pugno. Massimo gridò per la paura e si rannicchiò in un cantuccio. Rigiratosi Giacomo vide la moglie pietrificata. Davanti a loro la fila di auto era di nuovo ferma. Giacomo schiacciò il pedale del freno con tutte le forze ma l’impatto era inevitabile. Sterzò tutto a destra poi, visto il vuoto al lato del ponte che avevano imboccato, girò di nuovo a sinistra.
La vettura si ribaltò su se stessa. I bambini gridarono dal terrore. Marisa si aggrappò alla maniglia della portiera. Giacomo batté la testa prima contro il sedile e poi sul volante. L’auto fece un paio di capriole. La portiera a cui era avvinghiata Marisa si staccò dal montante. La donna volò fuori dall’auto assieme allo sportello e cadde oltre la ringhiera del ponte. Il suo urlo si allontanò piano piano dall’incidente e si zittì con un piccolo botto lontano.
L’auto, intanto, era riuscita a fermarsi. Era sotto sopra. Appoggiata all’asfalto con il tetto ammaccato e schiacciato. Dal cofano fuoriusciva un debole fumo grigio che si sollevava stancamente verso il cielo azzurro. Il clacson suonava di continuo.
Era la testa di Giacomo a schiacciare il comando della tromba sul volante.
Ancora cosciente, il padre tentò di sollevare gli occhi e di vedere i bambini. Lo spettacolo era raccapricciante. Lucia aveva sfondato il parabrezza anteriore con la sola testa ed era rimasta intrappolata con il collo in mezzo al cristallo durante tutte le carambole della macchina. Le lacrime di Giacomo scoppiarono copiosamente quando videro che non c’era più nulla da fare per la bambina. Massimo era ancora sul suo sedile, schiacciato da valigie, giocattoli e il fornello del barbecue. Michele era saltato via con l’intero seggiolino. Per quanti sforzi riuscisse a fare Giacomo, che ad ogni movimento sentiva delle forti fitte in tutto il corpo, non riusciva più a vedere il corpicino dell’ultimo figlio.
«Se solo avessero tenuto le cinture,» pensò in un attimo di rabbia «se non avessi ascoltato quella scema di Marisa con la sua idea che le cinture soffocano i bambini.»
Lo sconforto lo colse d’improvviso. Il dolore fisico sparì sotto al male dello spirito. Pianse. Le sue lacrime si mescolarono al sangue che usciva copioso dalle sue ferite. Il suo stomaco sembrava svuotarsi lentamente.
«È così che si muore?» si chiese «È questo il dolore che si prova quando la vita ti abbandona?»
Gli occhi di Giacomo si rivolsero disperatamente al cielo. Una luce forte, accecante, aggredì le pupille indebolite dell’uomo. Per un attimo l’unico superstite rimase completamente cieco. Poi un dolore intenso, nelle viscere, gli fece riacquistare la vista perduta.
Urlò.
Preso dallo sconforto, tentò di rialzarsi, senza però riuscirci.
«Alzati.» gridò una voce «Prendi il tuo fucile!»
Giacomo, incapace ancora di muoversi, col dolore nelle viscere che gli pulsava intensamente, cercò di comprendere quello che gli si diceva «Quale fucile?» sussurrava.
«Raccogli il fucile, pappa-molla.»
Giacomo continuava a non capire. Quale fucile doveva raccogliere? La sua famiglia era appena morta in un incidente stradale. I bambini erano morti perché sua moglie non gli aveva fatto allacciare le cinture. Se lui era vivo, lo era grazie alle cinture di sicurezza ma, cosa voleva quell’uomo? Di quale fucile stava parlando?
«Raccoglilo ed alzati.» disse l’uomo sferrando un calcio nelle reni di Giacomo. «Se non ti rialzi sei un uomo morto.»
Giacomo sollevò gli occhi. Sopra di lui riusciva ad intravedere il viso indemoniato del suo tenente.
«Il tenente…» pensava «Come faccio a sapere che quell’uomo è un tenente? Dov’è la mia auto? Dove sono i miei bambini?»
«Alzati.» gridava ancora l’ufficiale «Credi di essere di buon esempio? Sei qui per dimostrare la forza non la codardia.»
Giacomo si sollevò sulle braccia.
«Bravo, così si fa. Dimostra il valore del basco che indossi.»
«Quale basco?» pensò Giacomo rialzandosi in piedi «Dove sono?»
«Prendi, soldato.» disse il tenente con un sorriso di soddisfazione «Mi sei piaciuto.» Le mani dell’uomo porsero un basco blu a Giacomo «Adesso vieni, Sarajevo ci aspetta.»
Giacomo prese con entrambe le mani il basco blu datogli dall’ufficiale. Si guardava attorno spaesato. Un gruppo di uomini scendeva ben inquadrato lungo la collina su cui era sdraiato. Tutti indossavano il basco blu e portavano a tracolla un fucile automatico. Giacomo si guardò attorno. Il suo fucile era a terra, a fianco di un grosso cratere.
«Deve essere stata una mina,» pensò «o forse un mortaio.»
Raccolse il fucile e si accodò al gruppo. Dietro di lui una Jeep grigio chiara si mise in moto e seguì la squadra borbottando.
Giacomo cominciò a scendere la collina. Al suo fianco c’era un ragazzo dall’aspetto ancora innocente «Sei stato fortunato,» gli disse senza voltare il viso e rispettando il plotone «quel mortaio poteva farti secco.»
Giacomo annuì. I suoi occhi studiavano ogni particolare della collina. La terra che calpestava era brulla e secca. Il peso degli anfibi sbriciolava facilmente le zolle che fuoriuscivano dal piano per mancanza d’acqua. I cespugli sembravano provenire da un paesaggio marziano. Piccoli steli d’erba rinsecchita crescevano con difficoltà attorno a grossi crateri di terra. Tutto era martoriato dal combattimento. L’aria puzzava di zolfo. La luce del sole non riusciva a filtrare dalla foschia che invadeva tutto il colle. Gli occhi di Giacomo si alzavano a cercare il chiarore dell’astro luminoso ma, per quanto cercasse attorno a se, riusciva ad intravedere solo un bagliore soffuso molto lontano.
«Ma,» si chiese «dove siamo?»
Al suo fianco il giovane militare sembrò leggergli nel pensiero «Quella è Sarajevo.» disse indicando con un dito oltre la fila di militari.
Giacomo osservò attentamente davanti a se. Oltre la collina, a forse cinque chilometri di distanza, sorgeva una città martoriata dalle fiamme. Da quella distanza Giacomo poteva osservare le costruzioni di cemento piegate su se stesse, incapaci di resistere al loro stesso peso. Dalle piazze, dalle finestre dei palazzi malridotti, uscivano delle alte colonne di fumo grigio che andavano ad oscurare il cielo. Per un attimo il padre di famiglia ripensò alla propria gita domenicale, al cielo azzurro, pulito, agli stormi di passerotti e si impensierì per quel paesaggio alieno.
«Sono giorni che i ribelli assediano la città. Sparano in continuazione» disse.
La Jeep si avvicinò al gruppo con un ruggito del motore «Ricordate tutti,» disse il tenente «Non dobbiamo rispondere al fuoco se non per difesa. Avete capito?»
Senza attendere risposta il veicolo superò il plotone e scese verso la città.
«Dove sta andando?» chiese Giacomo.
«Scende al campo base.» rispose il giovane «Ci aspettano da stamattina e dovrà sicuramente fare rapporto.»
All’improvviso una forte esplosione devastò i timpani di tutti gli uomini in marcia. Per riflesso condizionato i soldati si buttarono a terra e rimasero in ascolto, silenziosi.
Poche centinaia di metri più avanti un fumo nero si sollevava dal rottame della Jeep. Nessun urlo proveniva dal relitto per cui era probabile che non ci fossero superstiti.
«Cosa succede?» chiese il giovane sollevando leggermente la testa da terra.
Il caporale che governava il plotone, da terra, davanti a tutti rispose sussurrando «Abbiamo perso il tenente» disse «della Jeep non c’è rimasto molto.»
«Deve essere stata una mina anticarro» disse qualcun altro.
«Siamo al sicuro?» chiese Giacomo.
«Forse ci sono dei cecchini.» rispose un militare sdraiato vicino a lui. «È meglio trovare un rifugio.»
Il caporale strisciò a passo del leopardo verso i resti del veicolo. La lamiera rovente era avvolta dalle fiamme. L’esplosione doveva essere stata atroce per gli occupanti della macchina. Con la rapidità di un uomo addestrato alla guerriglia, il caporale cercò segni di vita attorno al veicolo e poi ritornò al gruppo di caschi blu.
«Sono morti tutti.» annunciò.
«Non possiamo restare qui in eterno. Dobbiamo muoverci.»
«Si,» disse un altro «i cecchini non aspettano altro.»
«Non possiamo rimanere qui.» concordò il caporale «Se dovessero arrivare i ribelli saremmo spacciati.»
«Cosa facciamo?»
«Cerchiamo di arrivare ai cespugli?»
«Saranno un centinaio di metri…»
«Ce la possiamo fare…»
I caschi blu si alzarono da terra velocemente e cominciarono a correre. Una raffica di mitra si scaricò violentemente sul gruppo di uomini falciandoli impietosamente. Caddero a terra uno ad uno, urlando per il dolore, mentre i proietti scoppiavano sui loro corpi indifesi.
Nella corsa per la salvezza Giacomo riuscì a tuffarsi oltre un cespuglio. Vide i suoi compagni morire senza poter fare nulla. Il suo fucile era al di là della protezione fornita dalla pianta. Nulla era in suo potere, solamente poteva pregare per le anime di quei volontari che avevano cercato di aiutare un paese travolto dalla guerra civile.
Il tempo passò rapido come un lampo. I colpi di arma da fuoco cessarono un poco alla volta e, alla fine, il silenzio completo della natura intorno al superstite, fece sospettare a Giacomo di essere rimasto solo.
Si alzò in piedi «Se mi devono uccidere, tanto vale che abbiano un buon bersaglio e che mi facciano soffrire il meno possibile» disse a se stesso con rassegnazione.
Nessuno sparò. Giacomo era completamente solo, vivo in quella landa di cadaveri. Prese i fucile da terra. Controllò il caricatore e si avviò lungo il sentiero che avrebbe dovuto portare all’accampamento.
Camminò per circa mezz’ora senza incontrare anima viva. La Jeep del suo tenente era ormai lontana, alle sue spalle. Ormai doveva essere vicino al suo battaglione ma, in lontananza, l’unica cosa che riusciva a vedere erano le mura accartocciate della periferia di Sarajevo. Attorno a se il terreno era brullo, simile al suolo lunare. Non c’erano segni di presenza umana. Nessuna traccia di cingolati, di Jeep o di scarponi militari. Solo qualche filo d’erba bruciacchiato dai colpi di mortaio.
Giacomo si avvicinò alla città. Imbracciò il fucile e si infilò tra le case distrutte. Il suo passo era lento, cauto. Il suo corpo si muoveva come se fosse stato addestrato per quel compito. Gli occhi del soldato erano gelidi e fermi, capaci di rapire ogni particolare dalle scene di distruzione che lo circondavano.
Era ormai passata una giornata da quando aveva pensato alle bambine. Oramai si era abituato al nuovo ambiente e, per quanto non riuscisse ancora a capire il motivo per cui era stato trasportato in quel luogo, le sue domande si erano ormai sopite.
Un tonfo metallico ruppe la concentrazione di Giacomo. Con uno scatto felino il soldato fece uno sbalzo a terra e puntò l’arma da dove era giunto il rumore.
Da lontano si udì miagolare un gatto. Gli occhi di Giacomo misero a fuoco un piccolo essere scuro che si muoveva sulla cima di un muro. Era nero, con qualche chiazza bianca. Si muoveva sofferente. Probabilmente aveva una zampa ferita. Ogni tanto il movimento dell’animale faceva cadere qualche sasso a terra, qualche metro più in basso.
Sembrava tutto a posto ma Giacomo non si fidava dell’evidenza. «Se il gatto è ferito» pensava tra se e se «come ha fatto a salire così in alto.»
Si mosse a passo del leopardo. Strisciò per qualche metro, tenendo il fucile puntato verso il muro, e si riparò dietro ad un gruppo di pietre e mattoni. Ora vedeva meglio quello che stava accadendo. Un gruppo di ombre era appostato non lontano da lui. Sicuramente l’avevano visto e, per sviare la sua attenzione da loro avevano costretto quel gatto a camminare sul muro.
All’improvviso due uomini sbucarono fuori dal loro nascondiglio e spararono una raffica nel punto in cui si era gettato a terra, all’inizio. I colpi andarono a vuoto. Giacomo aspettò la sorpresa negli occhi dei due avversari e, al momento giusto, lanciò una breve scarica di proiettili sui corpi scoperti del nemico. I due uomini caddero a terra esanimi.
Senza lasciare il tempo agli altri di riorganizzarsi, Giacomo si alzò da terra e corse verso la stessa parete oltre la quale si rifugiavano i suoi avversari. Cercò nelle tasche della propria mimetica una bomba a mano e la lanciò oltre il muro.
L’esplosione fu quasi fulminea e colse Giacomo impreparato, mentre ancora correva per allontanarsi dal pericolo. Tra le urla degli uomini travolti dall’esplosione, Giacomo volò letteralmente a terra contro quel che restava di una recinzione.
Una fitta dolorosa attraversò la tempia di Giacomo ed una sensazione di calore gli si sparse per tutto il corpo. Con la mano si toccò la ferita. Il sangue stava uscendo copioso e non poteva fare nulla per fermarlo. Si strappò un lembo della mimetica e se lo legò stretto lungo la ferita. Aveva bisogno di soccorso ma nessuno poteva essergli di aiuto.
Una sensazione di stanchezza gli pervase il corpo. Improvvisamente aveva un grande bisogno di dormire. Chiuse gli occhi, per un istante, poi urlò e si sollevò un piedi. Non poteva lasciarsi andare adesso. Se si lasciava conquistare dalla sonnolenza, probabilmente, nessuno lo avrebbe più visto vivo.
Stringendo i denti, si appoggiò al proprio fucile e si avviò lungo la strada che stava percorrendo prima di essere venuto in contatto con i ribelli. Da lontano, Giacomo poteva udire un vagito, il debole lamento di un bambino. Proveniva dai resti del rifugio dei ribelli.
Per un attimo il soldato pensò di avere delle allucinazioni e, poi, decise di controllare.
Si avvicinò ai resti della parete e la aggirò con fatica. Il gatto nero era accovacciato comodamente ai piedi di una donna che stava seduta contro una parete, sul fondo di quel vicolo stretto. Il suo volto era piegato sul petto, i capelli scuri le coprivano i lineamenti mentre, tra le braccia, un piccolo bambino si lamentava a squarciagola. Le sue piccole manine erano rivolte a Giacomo, imploravano aiuto, volevano essere liberate da quella stretta mortale.
Giacomo si avvicinò alla donna. Gli si sedette al fianco e gli sollevò, con delicatezza, i capelli dal volto.
«Marisa!» esclamò con terrore «Oh Dio! Marisa!»
La donna era morta. Il suo volto era lo stesso della moglie che aveva visto volare oltre lo sportello della propria auto. All’improvviso i ricordi del sinistro gli sconvolsero la mente. Il volto del tenente si mescolò con quello dei suoi figli. Le urla, le esplosioni, il rumore della macchina, gli uccelli in formazione, le fiamme di Sarajevo, tutto quanto si mescolò in un collage senza senso e senza tempo.
Giacomo libero il piccolo dalle braccia irrigidite della madre. Due piccole lacrime scendevano sulle guance del casco blu in missione. Gli occhi azzurri del piccolo bambino guardarono con gratitudine quelli dell’uomo mentre Giacomo lo accarezzava con dolcezza «Michele,» diceva sottovoce «bambino mio sei ancora vivo.»
La risata del piccolo infante riempì di gioia il padre. Una luce intensa ora riempiva il piccolo quadretto familiare mentre gli elicotteri delle forze armate europee sorvolavano la zona. L’aria veniva battuta con violenza dalle pale dei mezzi volanti mentre turbini di polvere si sollevavano tutt’intorno ai due rifugiati.
Gli occhi di Giacomo si chiusero per proteggersi dalle aggressioni dei velivoli. Le mani del soldato coprirono il volto del piccolo in attesa che tutto tornasse tranquillo.
La luce si fece sempre più intensa «Stanno atterrando,» pensò il casco blu «forse ce l’abbiamo fatta, Michele. Forse ci salveremo.»
I rumori divennero indistinti. All’improvviso tutto sembrava ovattato e lontano. Il suo corpo ora pareva essere accovacciato sul ventre. Qualcosa di fastidioso gli picchiava sulla cassa toracica. Un dolore continuo e lontano, sempre più lontano.
Sentiva le voci degli uomini attorno a se «Attenzione! Fate attenzione!»
Un intero universo stava lavorando attorno a lui «Fate in fretta, forza…»
«Cristo!»
Una fitta di dolore più intensa delle altre gli fece aprire gli occhi.
«Guardate, il piantone gli ha trapassato il ventre…»
Giacomo vide un tunnel luminoso proprio davanti a se. Ora stava bene. Nessun dolore, nessuna ferita lo tormentavano più. In fondo al tunnel lo aspettavano i suoi bambini. Vide Lucia per prima, in braccio alla Madre che lo guardava seria. Poi vide Massimo che si sbracciava per salutarlo.
Corse verso di loro, la sua famiglia ma, a metà strada, si fermò all’improvviso. Al fianco dei suoi figli, di sua moglie, lo aspettavano anche il tenente e i suoi compagni di squadra. Trasalì. Da lontano si sentivano ancora le voci dei soccorritori.
«Signore,» sentiva Giacomo «abbiamo trovato un bambino.»
«Tenente, c’è un soldato con un bambino in braccio.»
Le voci si sovrapponevano come fossero solo una.
«Sembra ancora vivo…»
«Il soldato è morto, signore. Un brutto colpo alla testa.»
Giacomo si girò verso il punto da cui era arrivato.
«Il bambino sembra in perfette condizioni.»
Una strana forza spinse Giacomo a congiungersi agli altri. Lentamente, tornò a voltarsi verso la moglie e le andò in contro.
Lucia venne messa a terra da Marisa. Tutti quanti lo salutarono con pacche sulla spalle e sorrisi di benvenuto. Giacomo abbracciò stretto la moglie. Il suo viso era imperlato di lacrime «Scusami,» disse «sono stato duro con te non volevo…»
«Non preoccuparti,» rispose la moglie con gli occhi pieni di gioia «è tutto a posto» disse tra le lacrime «Michele ce l’ha fatta, questo è importante. Michele ce l’ha fatta.»
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