L’uomo indossa un pantalone di lino bianco con una banda laterale rossa su ciascuna gamba. Un turbante scarlatto gli copre il capo. Saluta il pubblico con un ampio inchino. Il torso nudo, tiene le braccia distese lungo i fianchi.
Due inservienti collocano davanti ai piedi scalzi dell’uomo un sottile materasso di gomma. O forse una stuoia, a giudicare dallo scarso spessore.
Una donna vestita con colori sgargianti, i capelli lunghi ben oltre le spalle, solleva un lembo del giaciglio, che ora rivela la sua vera natura. È interamente ricoperto di schegge di vetro e metallo, acuminate come lame di coltelli. Alla luce di decine di spot le punte aguzze scintillano maligne.
L’illuminazione si riduce, finché l’esile sagoma, che prende a distendersi con studiata lentezza sul giaciglio, è evidenziata solo da un pallido alone rosato. L’uomo non tradisce la minima emozione, mentre adagia la schiena sugli spuntoni aguzzi. Completata l’operazione, nel silenzio innaturale della platea, annuisce alla sua assistente, la quale fa un cenno ad altri due uomini, appena comparsi sulla scena. Hanno la corporatura imponente del lottatore. Trasportano tre lastre di un materiale che sembra marmo o cemento verso il punto illuminato della ribalta. Quindi, con cautela ma senza esitazioni, depongono il loro carico sul torace dell’uomo, che contrae i pettorali un istante prima della posa.
Il pubblico, incapace di trattenersi oltre, prorompe in un applauso fragoroso. La donna compie un elegante inchino verso la platea, abbozzando un sorriso teso. Quindi, le braccia tese davanti a sé, placa l’entusiasmo degli spettatori, girandosi subito dopo verso il sipario, dal quale escono con tempismo perfetto una decina di bambini a piedi nudi.
Esitano qualche istante, frastornati forse dalle luci e dal pubblico, ma poi si raccolgono attorno all’uomo schiacciato dall’immane peso. A un comando silenzioso della donna, salgono sulle lastre, distribuendosi secondo uno schema preciso. In pochi secondi le figurette dei piccoli assistenti si stagliano sul corpo disteso. Un enorme cronometro scende dall’alto, posizionandosi a mezz’aria, alle spalle del gruppo. Una voce roboante dà il via al conteggio del tempo, ogni secondo scandito da un ticchettio amplificato. Forse il protagonista di quest’impresa intende stabilire uno stupido record di resistenza.
Personalmente, il mio l’ho già superato. Spengo il televisore e cerco un giornale, per scoprire dalla pagina dei programmi cosa diavolo sto guardando.
Ah, ecco. È un programma di TV realtà, che mostra situazioni limite, tutte rigorosamente reali. Ma non credo sia il mio caso: quello che stavo guardando era solo un numero da circo.
O no?
Riaccendo il televisore, va in onda la pubblicità. Una bella signora quarantenne a bordo di una limousine chiede con voce ammiccante all’autista un cioccolatino. L’istante successivo, la voce tronfia dello speaker annuncia l’imminente trasmissione di un film di guerra.
Poi, senza preavviso, l’uomo schiacciato irrompe sul piccolo schermo a colori.
Il ridicolo, gigantesco cronometro segna “2”, centoventi secondi di sforzo sovrumano. I segni della fatica ora sono evidenti, attraverso i lineamenti contratti dell’artista. Le guance tremano per lo sforzo. Gocce di sudore imperlano la fronte arrossata, solcata da due rughe sottili, rese più evidenti dalla fatica.
L’uomo sibila qualcosa alla donna, seduta gambe incrociate accanto a lui – la richiesta d’interrompere lo show, immagino.
Non l’avrei mai creduto possibile, ma ci sono cascato anch’io: ti pare che debba ridurmi a guardare un programma trash come questo? Eppure eccomi qua, rannicchiato nella vecchia poltrona da cambiare, semi intirizzito dal freddo della notte (il riscaldamento è spento da un pezzo, ormai), raggomitolato nella mia vestaglia di lana, inchiodato a questo stupido elettrodomestico.
La donna si è alzata in piedi, guarda accigliata il suo compagno. Mi chiedo se tutto questo non faccia parte di uno spettacolo ben orchestrato: le parole del funambolo, l’angoscia dipinta sul viso dell’assistente, la musica, il cronometro pacchiano. Ma realtà e finzione sono concetti inutili da considerare a quest’ora.
A un tratto davanti ai miei occhi scorrono immagini di carne stritolata, sangue e polvere: i bambini faccia a terra, imbrattati di sangue, e caos nello studio televisivo.
Ma no, è solo un incubo ad occhi aperti, spezzoni residuali di squallidi film horror visti troppe volte.
La bizzarra babele di corpi è ancora lì, a sfidare l’impossibile. Due minuti e mezzo, e un’angosciante nenia elettronica viene diffusa in sala, ad accrescere il pathos del momento.
La donna si china, accarezza la testa dell’eroe (è certamente tale agli occhi del pubblico) sepolto sotto tonnellate di peso, e un primo piano degli occhi ne rivela il pianto imminente.
Una lacrima sgorga improvvisa dall’occhio verde smeraldo. Brilla alla luce del riflettore, mentre scivola esitante lungo la guancia, prima che la donna riesca a intercettarla. Posso udire il rumore lievissimo che produce, quando s’infrange sulle labbra dell’uomo disteso.
È un attimo.
L’uomo schiacciato muove il capo sussultando per l’inattesa interruzione, e tutto accade.
Il dorso dell’uomo affonda nella stuoia, in un rumore sordo di vetri schiacciati. Il petto, fino a poco fa sbalorditivo nel suo volume, si affloscia. I bambini rovinano ai lati, e anche addosso alla sagoma sdraiata sul linoleum. La donna, tremando, s’avventa frenetica sulle lastre, tenta di allontanarle dal corpo immobile, ma la concitazione del momento le fa perdere l’equilibrio. Cade bocconi, accanto all’artista.
Riappaiono i due atleti, sollevano senza sforzo le lastre (e se fossero di polistirolo? penso, nel tentativo di rassicurarmi) e toccano l’uomo, scuotendolo leggermente per le spalle.
Che non accenna alcuna reazione, però.
Un medico tocca il collo dell’atleta, la musica non è ancora cessata.
Di nuovo, mi chiedo fino a che punto si spingerà la finzione – perché è una finzione, vero? – di questo show ripugnante, che ora tocca vertici di macabro raccapriccio. Vorrei distogliere lo sguardo, ma non riesco a staccare gli occhi dallo schermo.
La donna, il viso trasfigurato in una maschera di terrore, tempesta di pugni la schiena del medico. Che si volta, le stringe le mani nel tentativo di calmarla, ma invano. Con uno strattone, la donna in lacrime si divincola, gli afferra il camice bianco.
Primo piano stretto sulla tasca lacerata del dottore (inquadratura ridicola, ma funzionale per accrescere il pathos). La donna cade in ginocchio, in preda alla disperazione.
Primo piano del viso di lei: lineamenti distrutti dal dolore, trucco liquefatto dalle lacrime e dal calore delle luci.
Musica elettronica diffusa a volume lancinante.
Stacco.
Primo piano sul volto dell’uomo. Sembra lo stesso che poco fa ha salutato con un inchino il pubblico, ma quella persona non è più qui.
Ultima sapiente ripresa, stavolta dall’alto. Sul pavimento, le sagome colorate di un gruppo di persone in uno spoglio studio televisivo.
La luce rossa si spegne, le telecamere hanno finito di riprendere lo spettacolo.
Ciao Luigi, eccomi a far danni anche qua.
Il racconto mi è piaciuto per tutte le implicazioni che condivido sulla tv spazzatura, sulle tragedie in diretta che fanno audience, ecc
Il ritmo che si fa man mano più incalzante, la chiusura lenta…
niente da dire, se non: complimenti.
Ti segnalo una D eufonica in questo passaggio:
“Ma no, è solo un incubo ad occhi aperti”
e la ripetizione, all’inizio, di “acuminato”. Non sono proprio vicinissimi, a dirla tutta, ma forse starebbe meglio un altro aggettivo in uno dei due casi, non saprei, vedi tu…:-)
kisses
Grazie mille, cara Federica, per il giudizio benevolo e per le giuste correzioni. Smack!